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ORATORIO DEL CARMINE

Oratorio della Confraternita di S. Maria del CARMINE

1689 

L’edificio dell’oratorio della Confraternita del Carmine è parte integrante del grande complesso conventuale di S. Maria del Carmine dei PP. Carmelitani Calzati, sito nell’omonimo rione, a ridosso dell’antico quartiere della Grecìa. Restaurato dopo anni di abbandono, in cui fu utilizzato come deposito di materiali tra i più disparati, è oggi tra le architetture barocche più importanti della città. L’esterno, molto semplice, non presenta alcun accento formale di particolare interesse architettonico, ma è l’interno, al contrario, a custodire veri e propri capolavori di ebanisteria calabrese ascrivibili alla seconda metà del secolo XVII. La prima sede confraternale, non molto ampia, era collocata all’interno del convento pari in superficie ad un quarto di braccio dei dormitori che si aprono ad “L” su due lati del chiostro. Ma fu intorno alla fine del secolo XVII che, terminati i lavori del convento, la confraternita si trasferisce nell’aula costruita attiguamente ed in continuità del braccio occidentale del chiostro del convento e con una larghezza pari a quello dello spazio interno della chiesa attuale misurata tra i punti di maggiore aggetto dei pilastri divisori tra le cappelle. Ma con molta probabilità l’oratorio è in realtà una preesistenza più antica rispetto a tutto il complesso conventuale e ciò lo si deduce sia dal suo orientamento, est-ovest, sia dal ritrovamento, oggi nascosta dall’altare ligneo della Vergine, di una nicchia  con piccola calotta decorata da un affresco raffigurante una conchiglia e di epoca precedente all’impianto barocco confraternale. La nuova fondazione, o comunque la nuova sistemazione, dell’aula per le riunioni è attestata da un atto pubblico del 1689 che documenta anche l’arredo ligneo che poco più tardi viene arricchito dell’altare all’interno del quale fu posta la statua processionale della SS. Vergine del Carmine. Giacomo Frangipane nel suo manoscritto “Catanzaro Sacra” così ne parla: la Confraternita del Carmine «fu eretta canonicamente il 16 luglio 1638, essendo Vescovo di Catanzaro M.re Consalvo di Capua, costituendosi l’aula dlle sue riunioni entro il chiostro del convento dei Frati Carmelitani Calzi , con entrata dal chiostro: aula che fu contornata di sedili in tre ordini e con un ricco altare di legno dorato ad oro zecchino, sormontato dalla statua della Madonna; aula che seppe gelosamente conservare come al presente si vede…soppressa come corpo religioso per la legge del 23 febbraio 1788, i suoi beni passarono alla Cassa Sacra. Se non che, non avendo potuto farsi riabilitare ai sensi del rescritto 28 luglio 1788, perché come di sopra si è detto, non aveva la civile esistenza voluta dal Dispaccio 29 giugno 1776, continuò tacitamente i suoi atti spirituali nella sua aula, aprendo una porta esterna sulla via, non potendo accedere dalla porta interna, perché il convento era passato allo Stato». Il semplice invaso spaziale è caratterizzato da un’aula unica chiusa dall’arco santo, decorato da stucchi di gusto rococò, che immette nel piccolo coro dominato dal grande altare ligneo (cm. 650 x cm 375), ai lati del quale si aprono due finestroni sormontati da due piccoli oculi, a cui fanno seguito, sui lati minori, le porte che immettono ai sovrastanti coretti lignei di gusto ancora tardo-manieristico. Domina l’intera aula la grande cattedra priorale con i posti riservati per le altre cariche della congrega che, come per il coevo edificio della Confraternita del Rosario, è posto di fronte l’altare, e gli stalli lignei per i confratelli, a tre ordini di seduta a seconda del grado di anzianità, disposti lungo le pareti laterali e con la sola interruzione creata dalle due porte, delle quali, la più antica di matrice secentesca, è quella attigua al chiostro del convento, caratterizzata da una larga cornice curvilinea. «L’insieme – afferma Emilia Zinzi – in legno di noce, si apparenta all’arredo affine dell’arciconfraternita del Rosario per una struttura architettonica di tipo ancora rinascimentale d’essenziale sobrietà, sulla quale (segnatamente nella cattedra) l’ornato fiorisce dando densità e spunti di movimento barocco ad un lessico decorativo di ascendenza tardo-manieristica. Gusto tecnica, scelte formali, distinguono l’insieme catanzarese della coeva e affine produzione del Casentino, delle Serre, dei centri pre-silani. Lo apparentano al complesso del Rosario, inducendo ad ipotizzare la presenza di botteghe artigiane locali affinatesi nel curare l’arredo dei ricchi conventi fioriti nella città fra Cinque e Seicento o rielaboranti le premesse figurative approdate in quegli ambiti. Tale valutazione intende evidenziare la posizione di unicum, che l’insieme ligneo detiene nella cultura figurativa della Calabria centrale». Il patrimonio artistico dell’oratorio si impreziosisce, oltre che di un numero considerevole di tele sei-settecentesche, di altri arredi lignei quali ad esempio i due tondi con cornici acantiformi riferibili al primo seicento al centro dei quali sono poste rispettivamente le seguenti iscrizioni: “FLUIT UNDA MARIS CURRETQUE PER ETHERA PHOEBUS” e “VIVET CARMELI CANDIDUS ORDO MIHI”; entrambe vanno lette in sequenza e fanno riferimento alla famosa apparizione della Vergine a San Bertoldo e alla promessa, non meno famosa, ripetuta successivamente a San Pier Tommaso. Essi erano parte di un complesso decorativo più ampio e articolato a cui faceva capo anche il grande stemma dell’Ordine dei Carmelitani Calzati chiuso entro una ricca cornice intagliata e sormontato da una corona ducale; è così composto: una montagna stilizzata, il cui vertice proiettato nel cielo, presenta i lati arrotondati e una stella ad otto punte al centro della montagna (chiaro riferimento al Monte Carmelo, luogo di origine dell’Ordine) e come nella Congregazione Mantovana e nel Carmine Maggiore di Napoli vi è aggiunto sui campi un ramo di palma e un giglio, passanti in una corona dorata. La palma e il giglio indicano i due “padri” dell’Ordine dei Carmelitani (ossia i primi due canonizzati: S.Angelo di Licata e S.Alberto di Trapani); i colori dei campi sono il bianco o l’argento nella parte superiore e il tanè o nero in quella inferiore. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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