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ORATORIO DEL ROSARIO

Oratorio della Reale Arciconfraternita di Maria SS. Del Rosario

1621 

Il seicentesco edificio del nobile sodalizio catanzarese è ubicato all’angolo dell’odierna piazza del SS. Rosario, già largo Tribunali, e la discesa Mottola D’Amato di fronte il palazzo che era di Girolamo De Riso e attiguo al palazzo Veraldi. L’esterno, se non nella sobria decorazione delle cornici delle finestre e in ciò che resta dell’affresco posto sul prospetto che guarda la chiesa del Rosario, risulta al quanto anonimo e spoglio di ogni ricercatezza barocca. L’interno al contrario, celebra i fasti di questo storico e importante sodalizio e così è descritto nel 1886 da Giacomo Frangipane nella sua opera “Notizie storiche intorno alla Nobile Arciconfraternita del SS. Rosario in Catanzaro“: «Questo nuovo e bello locale, della lunghezza di metri 23 e della larghezza di metri 10, fu riccamente decorato di dorature ad oro zecchino. In fondo della cappella fu eretto lo altare della Vergine SS., e attorno le pareti furono dipinti in appositi quadri i quindici misteri del SS. Rosario. Intorno eleganti sedili di legno noce intarsiati a disegno pei fratelli, in tre ordini, ciascuno dei quali di 48 posti, e l’ultimo di essi, cioè quello a piano terreno, pei novizi». L’edificio dell’oratorio nacque dalla donazione di alcune case appartenenti all’Ordine dei PP. Domenicani e da altre di proprietà dei signori Leone che, sulla fine del XVI secolo, ben volentieri le cedettero ai confrati del nobile sodalizio. Tale donazione nacque dalla concreta necessità, visto l’elevato numero dei congregati, di costruire una nuova aula per le riunioni  più ampia e comoda rispetto a quella adattata ed in uso all’interno del chiostro del convento dei PP. Predicatori. Nella confraternita del SS. Rosario, infatti, andò a confluire anche la Corporazione del Sangue di Cristo, eretta canonicamente nella Cattedrale l’8 maggio 1569, con una propria cappella a destra dell’altare maggiore. I componenti della Corporazione, essendo fratelli di diritto della predetta arciconfraternita, godevano di tutti i privilegi e benefici spirituali e temporali della stessa, prodigandosi, non solo di intervenire alle processioni dei “rosarianti” con il proprio gonfalone e con mozzetta  di raso cremisi, ma anche alla cura continua e diretta dell’altare dedicato alla Vergine SS. del Rosario, realizzando arredi e quanto occorreva alla decenza del medesimo. Fu così, che sull’ampio suolo, una volta abbattute le case, si diede inizio alla costruzione del nuovo oratorio, il quale fu progettato con «l’ingresso dalla parte dell’orto del convento e dal quale esclusivamente ad esso si accedeva». L’11 Maggio 1621, primo lunedì dopo la festa della Pentecoste, rappresenta una data molto importante per la congrega del Rosario in quanto, alla presenza del P. Spirituale del nobile sodalizio Fr. Giacomo di Altomonte, Provinciale dei PP. Domenicani, fu aperto e consacrato, “con gran pompa”, il nuovo e ampio oratorio. Tale data era, ogni anno, commemorata con una cerimonia che, come riferisce sempre il Frangipane, «gli antichi chiamavano, la Festa dei fiori; imperocché il locale della Congrega veniva tutto adorno a festoni di rose e fiori naturali, e durante il canto del Te Deum alcuni fratelli in abito spargevano fiori girando per la Congrega, e presentavano al Priore un mazzo di rose. Ora la Congrega si para a damaschi, si espone la Santa Immagine di Maria Santissima; si celebra la messa solenne col Santissimo esposto; si recita il sermone analogo la sera; si canta il vespro e si fa il gitto dei fiori durante il Te Deum». Come si evince dalla data posta al centro del cartiglio sopra la Cattedra l’oratorio fu arricchito di stucchi nel 1683, rimaneggiati successivamente al sec. XVIII e in parte rifatti dopo il secondo conflitto mondiale. Dopo pochi anni dalla costruzione, accanto a questa importante struttura, si rese necessaria dal lato destro dell’altare, cioè dal “cornu epistolae”, la costruzione di un nuova sagrestia e per tale motivo, ancora una volta, i PP. Domenicani andarono incontro ai confrati e con atto del notaio G. Battista Granato, vendettero, nel 1654, al nobile sodalizio, una casetta attigua alla congrega che immediatamente venne riadatta e trasformata allo scopo. Tale costruzione servì nel piano seminterrato come sagrestia e, al primo piano, come vano di accesso ai due coretti sporgenti nell’aula affianco dell’altare, nei quali in origine trovavano posto, da un lato un piccolo organo e dall’altro il cantore. Nel 1806 con l’arrivo dei francesi, una parte del convento dei PP. Domenicani fu adibita ad ospedale. In tal modo i confrati della Reale Arciconfraternita, non potendo più accedere alla congrega dalla parte del chiostro, di notte chiusero l’unica porta d’accesso e ne aprirono una nuova sulla via pubblica; questa, attualmente esistente, è sormontata da un piccolo ovale al centro del quale vi è dipinto lo stemma del nobile sodalizio. L’interno è caratterizzato dagli stalli lignei dei confrati di gusto tardo – manieristico, scanditi da paraste che racchiudono specchiature classicheggianti, su cui si imposta un ricco fregio e una cimasa continua a motivi fitomorfi e che trova il suo fulcro al centro nella grande Cattedra decorata da vasi biansatie da elementi fitomorfi e antropomorfi; di questi si conservano due profili di “mori” posti ai lati della balaustrata priorale in memoria della vittoria della battaglia di Lepanto sugli arabi. Negli anni, in modo particolare dopo la seconda guerra mondiale, il locale della congrega perse molte delle sue peculiarità, tra le quali vanno menzionate: il soffitto in legno, i quadri con i misteri del SS. Rosario e l’artistico altare ligneo, che con molta probabilità doveva essere simile nella fattura a quello dell’oratorio dell’Arciconfraternita di S. Maria del Carmine, di cui si conserva soltanto la nicchia centrale decorata nella piccola calotta da una grande conchiglia lignea dorata a mecca e dove un tempo era allocata la settecentesca statua della Madonna del Rosario(oggi custodita all’interno della sacrestia). Le pareti ed il soffitto, andate perse le tele originali, sono state decorate, presumibilmente intorno agli anni ‘30 del ‘900, da affreschi realizzati dal pittore Antonio Grillo di Pizzo Calabro, nipote del più conosciuto Carmelo Zimatore (1859 - 1933), che realizzò nei riquadri di sinistra i misteri gaudiosi, a destra i misteri dolorosi e sul soffitto quelli gloriosi; ai lati del grande stemma secentesco, posto sopra la cattedra priorale, gli furono commissionati, invece, il ritratto di Pio V e la Madonna del Rosario con S. Domenico. Il grande stemma della Confraternita, che campeggia al centro di tutta la parete all’interno del complesso  ed elaborato schema decorativo, è ancora sovrastato da una semplice corona che il sodalizio mutò in “reale” allorquando con Sovrano Rescritto del 9 Novembre 1852, il Re oltre a dichiararsi  Priore Perpetuo  del nobile sodalizio, aggiunse al titolo di Arciconfraternita quello di Reale;  al centro dello scudo spiccano i simboli dello stemma che è così costituito: d’azzurro al monte di tre cime di verde movente dalla punta e sostenente sulla cima centrale tre rose una bianca, una rossa, una rosa. Le tre rose così rappresentate potrebbero essere rapportate alla tradizione secondo la quale ad ogni colore corrisponde un simbolo diverso: la bianca, è simbolo della Santissima Vergine “Virgo Purissima”, la rosa, quella di Gesù Bambino, e la rossa, quella che per eccellenza evocava il sangue colato dalle piaghe del Cristo ed erano dette rose della Passione. Attualmente l’interno attende un intervento conservativo e di restauro soprattutto per ciò che concerne le strutture lignee seicentesche e lo splendido pavimento marmoreo costituito da riquadri in marmo bianco, rosa di Tiriolo e verde di Gimigliano. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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