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PALAZZO ALEMANNI

Sec. XVIII - XIX 

«Qui, in questo baronale palazzo degli Alemanni, la leggiadra e simpaticissima Ottavia Manfredi fu forse ancora invidiata dalle più intime amiche per il cospicuo matrimonio. Certo d’allora, anche per motivi politici, le stanze di quel palazzo, lontano dal centro della città, da silenziose ch’erano, d’un tratto, s’animarono…nel grande salone da ballo, il più ampio di Catanzaro, nella splendida luce dei lampadari magnifici, dalle cento steariche, dame e cavalieri si muovevano nel ritmo cadenzato e soave dei balli di moda».

Questa immagine poetica di Giovanni Patari ci restituisce i fasti di questo importante edificio nobiliare catanzarese che sorge nel quartiere di Montecorvino sull’antica via Aranci oggi conosciuta come via G. Sensales. Precedentemente all’ampliamento dell’edificio ad opera della famiglia Alemanni gli storici propendono ad identificare il sito con quello occupato dal palazzo della nobile famiglia Scoglio che confinava con i palazzi Gironda e Rodinò. Il palazzo, come si evince da alcuni atti notarili del notaio Caliò, fu in seguito acquistato dal marchese D’Ippolito intorno agli anni ‘30 dell’800. In questi anni vi è una ripresa dell’edilizia residenziale privata e il palazzo insieme a quello dei Serravalle, dei Doria e di alcune unità residenziali lungo il Corso, la via de Grazia e al Pianicello verranno ristrutturati e ampliati, soprattutto a scapito dei giardini interni.

Per ciò che concerne palazzo Alemanni un  rifacimento e un ampliamento è documentato intorno al 1850 anno in cui il marchese Domenico Alemanni di Pianopoli sposa la nobildonna Agata Ruffo della Scaletta di Napoli; è, pertanto, ipotizzabile che solo in questi anni il palazzo passa di proprietà agli Alemanni i quali possedevano già un’altra residenza a Tiriolo nella centralissima piazza Italia. Proprio in questo periodo il palazzo assume l’attuale conformazione a corte centrale con giardino terrazzato, retrostante il corpo scale, e prospiciente la salita detta di “Pirarace”.

Il palazzo nel corso della seconda guerra mondiale ed in particolare nei bombardamenti del 27 agosto 1943 fu danneggiato pesantemente, in particolare nelle coperture. L’edificio è, tra i palazzi catanzaresi, quello più conosciuto oltre ad essere uno degli esempi più interessanti di edilizia privata del centro storico; è sicuramente opera di maestranze locali, ma rivela nella sua impostazione architettonico-morfologica un’alta conoscenza dell’architettura dell’epoca, patrimonio sicuro di un qualche architetto il cui nome, al momento, non risulta nemmeno da alcune carte private. Grande edificio a corte centrale presenta i prospetti impostati secondo un linguaggio compositivo legato ancora ad un gusto neoclassico in cui le facciate sono concluse da un ordine gigante di paraste angolari poste su alti basamenti in conci squadrati e sulle quali si imposta l’aggettante cornicione modanato. La facciata principale e laterale è inoltre divisa da una fascia marcapiano che accoglie le mensole e le soglie in pietra dei balconi, chiuse da ringhiere in ferro e ghisa, riquadrati da fasce modanate e sormontati da cornici orizzontali rette da volute, a cui fanno eco le finestre sottostanti del piano terra riquadrate da semplici fasce lineari.

Al centro un bugnato schiacciato (elemento spesso presente nel architettura sette-ottocentesca meridionale) fa da cornice al portale, in granito modanato sormontato dal blasone in marmo bianco caratterizzato da una decorazione che si ispira ancora a motivi tardo barocchi: la ricca corona baronale e la testa alata di serafino poste sulla sommità dello scudo, motivi acantiformi nelle parti laterali, una piccola croce ad otto punto sormontata da una corona, al di sotto della punta. Lo stesso stemma, di dimensioni ridotte e realizzato in ghisa, è visibile sul cancello che dalle scale introduce al giardino. Appartiene alla famiglia dei baroni Alemanni ed è così descritto dal Ferrari: “Alemanni (Catanzaro): di rosso a tre fasce d’oro sormontate da tre stelle del medesimo”.

Dall’androne voltato a botte e attraverso una pavimentazione di basoli di granito chiuso lateralmente da due grandi riquadri di acciottolato, si accede all’austera corte chiusa dallo scalone di rappresentanza, con la tipica scala a doppia rampa voltata a botte e a crociera, con pavimentazione in marmo verde di Gimigliano, la cui facciata è trattata a bugnato all’interno di un preciso disegno e assoggettato ad una logica di sovrapposizione che, nei tre piani in alzato, si diversifica riproponendo in chiave ottocentesca le teorie michelozzesche del ‘400: i primi tre fornici a sesto ribassato sono inserite in un bugnato aggettante chiuso da una fascia marcapiano su cui si impostano i successivi tre fornici a tutto sesto collocati in un bugnato dall’aggetto meno prominente, per arrivare alle ultime tre aperture architravate inserite all’interno di una superficie completamente liscia e conclusa dal cornicione. Tale caratteristica di graduare l’aggetto dal basso verso l’alto, fino alla stesura liscia della superficie dell’ultimo piano, toglie forza all’austerità del bugnato ottenendo al contrario una variazione pittorica di luci e ombre: dalla forte alternanza chiaroscurale  del piano terra, alla luminosità distesa dell’ultimo piano.

Tutto ciò fa da contrasto alle superfici dei prospetti interni ritmati da fasce marcapiano e paraste, che incorniciano le diverse aperture dei tre piani, le quali tradiscono ancora un linguaggio neoclassico e comunque tardo settecentesco. Ciò si esplicita nelle cornici orizzontali modanate delle finestre del primo piano, nell’alternanza dei timpani triangolari e semi circolari dei balconi dell’ultimo piano, a cui si accostano piccole finestrelle centinate dal tipico disegno di fine settecento. Tra gli elementi decorativi di pregio sono da segnalare i doccioni dello scalone caratterizzati al primo livello, da elementi fitomorfi a motivo floreale acantiforme, al secondo livello, da mascheroni bizzarri antropomorfi dal chiaro rimando apotropaico.

Gli ambienti al piano terra, alcuni dei quali ipogei, erano adibiti un tempo a rimessa per le carrozze e a stalle: di queste, in particolare, ancora oggi se ne conserva memoria, entrando sulla sinistra, in un ambiente ipogeo in cui sono presenti le mangiatoie caratterizzate da nicchie semicircolari le quali, prima dei recenti restauri, presentavano cornici modanate classicheggianti. Gli interni sono stati ristrutturati dopo la seconda guerra mondiale e nell’ultimo intervento di restauro ma il grande salone centrale da ballo di circa 100 mq che congiunge i due nuclei dal lato della strada, al momento di proprietà privata, conserva ancora oggi il soffitto affrescato. 

Testi Arch. Oreste Sergi

 

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