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PALAZZO ANANIA

Anno: 1622 

Palazzo Anania, come si evince dalla “Platea Gori” del 1691,  ricadeva nel ristretto parrocchiale di S. Maria de Plateis come ricorda il parroco di allora  D. Francesco Docato, il quale, descrivendo il perimetro della sua parrocchia, precisa che: «…dove si entra per la strada che va a S. Angelo, include la casa delli sig.ri di Anania per la strada che va alli Cocoli ». Il palazzo infatti fu terminato nel 1622 e fu costruito su quella che era l’antica strada dei Coppolari (oggi via V. De Grazia) che da S. Giovanni porta tutt’ora alla Piazza Vecchia (oggi piazza Ignazio Larussa) più comunemente conosciuta come le “Cocole”.

La piazza, che sino agli anni ‘50 del ‘900 si qualificava ancora per la sua peculiare funzione commerciale per le innumerevoli botteghe che si affacciavano sulla stessa, prende questo nome particolare per essere stata, in tempi remoti, tra le vere e proprie piazze di Catanzaro ad avere una pavimentazione a ciottoli di fiume, che nel dialetto locale vengono definiti appunto “cocole”. Il palazzo appartenne alla nobile famiglia Anania originaria di Taverna e trasferita a Catanzaro nel primo quarto del ‘600 in quanto nel 1639 fu iscritta tra i Nobili del Sedile con Baldassare Anania. Quest’ultimo fu il committente del palazzo così come si evince dallo stemma posto sul portale d’ingresso; il blasone, realizzato in pietra, si caratterizza per la forma barocca dello scudo, corrispondente in araldica al tipo accartocciato, e per la presenza di una testa alata di serafino posta sulla sommità dello stesso, mentre, al di sotto della punta, è ancora  leggibile la seguente iscrizione: “BALDASAR ANANIA anno MDCXXII”.

Lo stemma, così come è stato scolpito, corrisponde alla descrizione degli atti, che il D’Amato riporta nel capitolo dedicato al Sedile di Catanzaro: “ter monti, il di mezzo più alto, sopra il destro una civetta, sopra il sinistro un leone; il vano dello scudo è ceruleo,  tagliato da una sbarra in mezzo, sopra la quale vi sta una stella”. L’edificio, a corte centrale, è posto tra la settecentesca chiesa di S. Anna e il cinquecentesco palazzo della Famiglia Marincola Tizzano da cui è separato da uno strettissimo vicolo sormontato da viadotti settecenteschi; il prospetto principale segue il tracciato dell’antica strada e mostra nell’angolo di curvatura con la strada una caduta d’intonaco dalla quale è possibile vedere parte del sistema costruttivo. Le fondazioni di molti edifici della zona poggiano, infatti, direttamente sulla roccia e non a caso il quartiere di S. Giovanni veniva denominato dagli anziani la “parrera”, termine che, se da una parte indica la roccia calcarea più comunemente conosciuta come “tufo”, dall’altra, derivando da un termine francese, vuole indicare più propriamente la cava di tufo o di altra pietra. Nella tradizione locale, quando la roccia affiora dai muri perimetrali degli edifici, viene indicata come “parrera”. Questa condizione naturale, comune ad altri centri calabresi e non, ha causato non pochi problemi alle maestranze nel momento in cui procedevano alla realizzazione degli scavi di fondazione; non è raro vedere, come in questo caso, o nella vicina chiesa di S. Omobono e nel limitrofo palazzo Ferrari – De Riso, ambienti con pareti interamente scavate nel tufo o muri perimetrali, costruiti sulla roccia viva e quindi privi di fondazione. Il prospetto principale non presenta alcun accento formale se non nel semplice portale in muratura sormontato da un balcone del piano nobile chiuso da finestrelle squadrate del sottotetto concluse da un cornicione in stucco a guscio.

Deve il suo attuale aspetto lineare, probabilmente come testimoniano alcuni tiranti, ad un rifacimento settecentesco risultato di possibili danni subiti dal manufatto in seguito al terremoto del 1744 anno in cui sappiamo, come riportato nel Diario di Mojo e Susanna, che: «a dì 24 del mese di marzo 1744 giorno di Pasca…si scosse con tanta furia la terra…il danno che ha fatto questa sì fiera scossa è incredibile perché le case che cascarono affatto sono state tre, li palazzi ed il rimanente delle case sono così aperte che non sono capaci di abitarci per molto tempo». L’edificio, al contrario, si caratterizza per la corte interna alla quale si accede dal portale e da un androne, di piccole dimensioni, un tempo coperto da una controsoffittatura ad incannucciato. La corte, di non ampie dimensioni, è dominata dalla seicentesca loggia della scalinata che rispecchia a pieno una produzione architettonica legata al gusto napoletano di moduli barocchi della prima metà del seicento.

L’intera struttura, legata al resto della corte da un andamento curvilineo, è costituita da un sistema di volte a botte e a crociera decorate da stucchi modanati e da una pavimentazione, sulle rampe e sui pianerottoli, in pietra verde di Gimigliano. Tale modello, ripreso dai ben più noti esempi napoletani e che furono riacquisiti nel settecento dal Sanfelice, oltre alla sfera rappresentativa ebbe anche la funzione di filtro fra la  corte e il giardino retrostante che, nel caso in oggetto, è ancora esistente. La corte conserva ancora tracce dell’antica pavimentazione ed in particolare la cisterna per l'acqua, che serviva sia da fontana che da lavatoio, costruita nel 1632, come si evince dalla data scolpita sulla stessa. In questo periodo l’intera struttura, fu arricchita anche da un sistema di approvvigionamento idrico, caratteristico e comune a molti dei palazzi nobiliari catanzaresi.

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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