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PALAZZO DE NOBILI

Già De Nobili
Anno: 1784
Rifacimenti sec. XX

Il settecentesco palazzo della famiglia De Nobili della Bagliva fu costruito nel 1784 su quella strada che, fino al 1863,  era denominata Croce di S. Chiara, per la presenza del limitrofo convento trecentesco delle Clarisse oggi Legione dei Carabinieri, e nome con il quale ancora oggi molti, erroneamente, identificano l’edificio chiamandolo: “palazzo S. Chiara”. Il palazzo fu costruito all’indomani del terremoto del 1783 e, pertanto, tutto il complesso, dovette rispettare i parametri per l’edificazione delle fabbriche imposti dal Governo dei Borboni dopo il tremendo sisma limitando il suo sviluppo su due piani: piano terra e piano nobile.

Ciò è confermato da alcune immagini d’epoca che lo ritraggono nella sua caratteristica struttura settecentesca caratterizzata da una facciata con bugnato liscio al piano terreno, dove si aprivano alcune botteghe e al centro del quale era posto il portale in pietra a tutto sesto – la cui morfologia resta oggi traccia nell’arco a sesto ribassato che chiude l’androne d’ingresso, a lato del quale erano poste due lapidi marmoree, trasferite e murate successivamente all’interno dell’androne –, separato dal piano nobile da una fascia marcapiano lungo la quale erano posti i semplici balconi al di sopra dei quali erano gli oculi ovali di illuminazione delle soffitte chiusi da un aggettante cornicione modanato.

Di grande impatto la corte centrale dominata dall’ampio scalone a tenaglia voltato a botte e a crociera, pavimentato in marmo bianco negli anni ’70 dell’800 dal sindaco Francesco de Seta in sostituzione del verde di Gimigliano, che ancora oggi funge da filtro e da elemento comunicante fra la corte e il retrostante giardino pubblico della città: la “Villa Regina Margherita”. Lo scalone evidenzia in facciata, almeno nella parte originale sette-ottocentesca, caratteri neoclassici ripresi da un linguaggio formale neorinascimentale in cui si osserva una sovrapposizione degli ordini architettonici che nei due piani scandiscono rispettivamente i fornici del loggione attraverso quattro paraste tuscaniche sulle quali si imposta una trabeazione, decorata a triglifi, al di sopra della quale s’impostano, in asse, altre quattro paraste di ordine ionico con alta trabeazione e chiusa da un aggettante cornicione modanato che un tempo correva lungo tutta la linea di gronda della corte.

Prima dell’acquisto del palazzo da parte del Municipio, avvenuto nel 1863, che lo destinò a sede dell’Amministrazione comunale, il palazzo vide la visita dal 24 al 26 aprile 1806 del Re Giuseppe Bonaparte che fu ospite in quei giorni del padrone di casa, il barone Emanuele De Nobili, e di sua moglie Olimpia Schipani; quest’ultima volle accogliere regalmente l’illustre ospite facendo tappezzare le sale del palazzo con raso celeste broccato con sete policrome e amaranto con un modulo decorativo a piccoli fiori appositamente tessuto per l’occasione.

Questo tessuto si può ammirare tutt’oggi in lunghe ferse, nella solennità dell’Immacolata, all’interno dell’omonima Basilica, con le quali vengono “vestite” le lesene e gli archi prossimi al presbiterio. Il palazzo, come già detto, fu venduto dalla famiglia de Nobili, per motivi finanziari, il 23 giugno 1863 con atto del notaio Spadola e fu acquistato per 67.998 lire in quanto costituito, come si rileva dall’allora atto di accatastamento, da sedici vani di prima classe, sei di seconda classe e dodici di terza. Sebbene nel 1883 i De Nobili aprirono una lunga vertenza con il Comune per invalidare l’atto di vendita, nel 1912 la causa fu vinta dal Municipio che d’allora interessò tutto l’edificio da lavori di ristrutturazione e abbellimento che a fasi alterne furono ripresi tra  il 1933 e il 1935 e successivamente nel dopoguerra, periodo in cui il palazzo assunse le forme che oggi si vedono. La vecchia facciata settecentesca fu trasformata nell’attuale in stile neorinascimentale, in cui sono stati ripresi elementi formali e compositivi tipici dell’architettura ottocentesca della città con particolare rimando ad alcuni riferimenti tipologici di palazzo Fazzari e dell’ottocentesco palazzo Valery di Bastia (Corsica) opera dell’arch. G. Poggi. Il piano terra è caratterizzato da un bugnato interrotto dalle aperture dei vani finestrati e chiuso da una cornice marcapiano su cui trova collocazione la teoria di finestre del piano nobile, caratterizzate dall’alternanza dei timpani semicircolari e triangolari, in asse con altrettante finestre chiuse da fasce modanate al di sopra delle quali si imposta il cornicione modanato sorretto da mensole.

Al centro l’asse portale-balconata, chiuso da una balaustrata poggiante su modiglioni, dove è posto il vano del balcone chiuso da un timpano semicircolare, sormontato dallo stemma della città, e  riquadrato da una fascia modanata che, come nell’esempio di palazzo Fazzari, è accostata da due volute laterali. Tra gli ambienti più interessanti vi è il salone centrale di rappresentanza, abbellito da arredi d’epoca, da stucchi e da un soffitto a cassettoni in legno, al centro del quale spicca lo stemma della città opera del pit­tore catanzarese Guido Parentela al quale si devono anche alcuni ritratti a olio dei sindaci molti dei quali opere di Andrea Cefaly e di Tony Pileggi.

Degna di nota è la moderna Sala del Consiglio che presenta un grande affresco rappresentante "L'esaltazione della storia della città di Catanzaro nei suoi vari aspetti" e che si sviluppa su due parti continue delle quali, quella centrale di fondo misura m. 3,72 x 9,70, quella laterale adiacente al lato destro m. 3,72 x 15,92. L’opera si inserisce in quei lavori di ristrutturazione avvenuti nella seconda metà degli anni 50 e portati a termine nel 1961, anno in cui con delibera n. 238 del 17 febbraio la Giunta Municipale, preso atto della decisione della commissione del concorso, assegnò la realizzazione a Ugo Ortona il quale lasciò eseguire materialmente l’opera, per motivi di salute, all’artista Tarcisio Bedini. 

Testo: Arch. Oreste Sergi

 

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