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PALAZZO FAZZARI

1870-1874

progettisti Enrico e Federico Andreotti 

Catanzaro inizia a perdere, nella seconda metà dell’ottocento, le sue primitive caratteristiche di centro medievale ancora organizzato urbanisticamente dentro le antiche mura, aprendosi a nord, dopo il terremoto del 1783 e del 1832, verso i quartieri delle Baracche e del Baraccone, a sud verso il quartiere di Fondachello e di Sala. Accanto a questi ampliamenti “spontanei” Catanzaro avvertì una necessità di rinnovamento e, all’indomani dell’Unità d’Italia, crebbe in città, probabilmente per il ruolo che essa rivestiva come centro amministrativo regionale, la volontà di obbedire ai canoni del nuovo codice estetico ottocentesco che la cultura urbanistica di allora imponeva: progettazione di allineamento stradali, creazione di piazze simmetriche e rappresentative, costruzione di edifici “decorosi”, realizzazione di giardini pubblici, abbattimento delle vecchie cortine murarie e porte medievali e così via. Catanzaro, città di provincia, nel suo piccolo partecipa a questa idea di cambiamento e nel 1870 approva la stesura del Piano Manfredi per la rettificazione dell’antico asse stradale – la medievale via Mesa –  e la creazione del Corso Vittorio Emanuele che, seguendo il crinale della collina e il vecchio tracciato, attraversa tutt’oggi l’antico centro storico.

Per effetto quindi del Piano Regolatore (1864 – 1871) molti dei fabbricati, infatti, furono in quegli anni espropriati e con il pro­getto di massima del 1877 molti furono demoliti, altri ricostruiti, altri ebbero le facciate arretra­te. Furono questi gli anni, 1877-1882, in cui sale alla guida della città Francesco De Seta, una delle figure di primo cittadino più illuminate e al cui nome sono legati eventi eccezionali. Ma la storia di palazzo Fazzari è diversa: questi si pone in questa rinnovata veste della città, come un momento in cui si fondono, nell’ottica eclettica, connessioni fiorentine e cultura locale.

L’imponente costruzione ottocentesca ricade, infatti, all’interno dell'antico quartiere ebraico della Giudecca, corrispondente all’attuale rione racchiuso tra il Banco di Napoli e Piazza Cavour, sul luogo ove esisteva la sinagoga poi trasformata in chiesa cristiana dedicata a S. Stefano. E’ proprio tra le due più grandi vie della giudecca, ortogonali all’allora corso Vittorio Emanuele ed alla via Principe Umberto, che sorse il palazzo neorinascimentale voluto dal generale garibaldino Achille Fazzari e che fu costruito tra il 1870 e il 1874 su progetto dall'architetto fio­rentino Federico Andreotti. Infatti, in seguito alla vendita della casa Palazziata Corrado e di un gruppo di case nella contrada Santo Stefano, al Fazzari veniva concesso di costruire il sontuoso edificio con impegno, da parte dell’acquirente, della demolizione di parte del fabbricato acquistato per favorire l’allargamento del corso principale, che per effetto del piano particolareggiato della zona, redatto dall’arch. Parise e approvato dal consiglio comunale nel 1868, prevedeva l’allargamento della sede stradale ad 11 metri. Se non vi sono dubbi sulla committenza dell’edificio, altri se ne insinuano in merito alla paternità; diverse sono, infatti, le teorie che danno ora a Federico, ora ad Enrico, ora ad entrambi la “firma” del progetto. Palazzo Fazzari rappresenta comunque un unicum, una presenza che Emilia Zinzi definisce «isolata e, forse anche per questo ancor più significante nella sua qualificazione formale, della cultura architettonica dell’Italia unita, con un puntuale riferimento ai modi maturati nell’ambito di Firenze capitale e del neo-cinquecentismo, che aveva preso vigore in quegli anni attorno alla sua gloriosa Accademia…Palazzo Fazzari ebbe il suo ruolo di testimonianza d’una volontà di apertura verso la cultura nazionale, che rimase aulico pur se isolato episodio rispetto ad una consuetudine che, ormai da lungo tempo, aveva tratto ispirazione da esperienze napoletane, forse più facilmente traducibili anche nei modi  formalmente modesti possibili ai nostri “maestri di fabbrica e stucco». L’edificio coniuga elementi desunti da palazzi cinquecenteschi calabresi, in particolare nelle soluzioni compositive d'angolo poste tra il prospetto principale e i due laterali, che riprendono quel­li più antichi di palazzo Cavalcanti a Cosenza o di palazzo Di Francia a Vibo, ma la cui soluzione rivela, senza dubbio, una precisa e ricerca­ta “volontà ottocentesca” di indicare l'importanza primaria dei due assi viari sui quali le stesse insistono, rispetto al corso principale. E’ proprio nella sistemazione dei prospetti, nei caratteri costruttivi, ed in una ben precisa ricerca e resa volumetrica dell’edificio, che gli architetti fiorentini cercano di dialogare con il topos – ora occupato dalla nuova costruzione – da una parte modificando il sistema delle relazioni con gli edifici e con gli assi viari presenti che provengono dal passato, dall’altra intervenendo in un’ottica costruttiva di dialogo che erige nuove distanze, guardando storicamente ai valori e alle cose del rinascimento fiorentino, in una prospettiva eclettico-storicistica all’interno di un panorama del costruito, quello locale, ormai sedimentato e stratificato. Ecco allora spiegabile la scelta “materica” locale in diorite di Stalettì attraverso la quale si riprende l’uso del bugnato, che in questo caso viene però assoggettato e ristretto al solo piano terreno scegliendo, per i restanti due piani e per il seminterrato, la minima vibrazione e aggetto di materia, scandita orizzontalmente soltanto dall’uso dei conci squadrati e da fasce marcapiano. Quest’ultime collegano, nel piano nobile e nel piano attico, le grandi aperture, inquadrate da fasce modanate e concluse da triglifi e gutte, sostenenti nel primo caso timpani semicircolari, nel secondo, un semplice cornicione modanato, e che ritmano le tre facciate dando luogo, con la  loro marcata plasticità, a particolari giochi ed effetti di luci ed ombre su tutto il piano di fondo, rimarcati ancora di più dall’aggettante coronamento del tetto alla fiorentina a larghi spioventi, caratterizzato dall’orditura di legno in vista e decorata da mensole e sottomensole scandite da specchiature. Tutti questi elementi desunti dalla tradizione e filtrati dalla cultura ottocentesca non esplicitano completamente la forza nell’idea d’intervento di palazzo Fazzari; questa si esplica, al contrario, osservando attentamente ciò che Emilia Zinzi considera l’«originaria “facies”, singolarmente connotata anche nel prezioso accordo di architettura, decorazione e arredo (mobili, infissi, ferri battuti, vetrate, caminetti di raffinata fattura, sovrapporte e soffitti dipinti dall’equipe fiorentina)». Grande importan­za, infatti, riveste anche l'interno, con l'ampio scalone decorato in finto marmo a stucco, le sale con arredi ottocenteschi d'epoca, l'elegante affre­sco liberty del salone principale realizzato da Alfonso Frangipane e non ultime le decorazioni a “grottesche” di altri saloni realizzati da Enrico e Federico Andreotti. Quest’ultime sono realizzate nei soffitti dipinti dei saloni di palazzo Fazzari, così come in tanti altri esempi calabresi ed in altre aree italiane, in cui questo particolare tipo di decorazione è «motivata ora come nel Rinascimento dalla sua duttilità e neutralità sia rispetto alla pittura vera e propria, che nei riguardi dell’architettura». Ma palazzo Fazzari conserva, ancora, al suo interno un interessante arredamento tardo barocco e rococò di fattura ottocentesca, in cui consolles, divani, poltrone, angoliere e tavolini si inseriscono nello spazio dandosi una struttura simmetrica che tiene conto dei rapporti con gli ambienti e con gli altri arredi. Le linee rette si affiancano a quelle curve ammorbidendo e ingentilendo fianchi, piedi e braccioli. Le dimensioni dei mobili sono “doverosamente” ingombranti dando sfogo ad un effetto scenografico e al contempo spettacolare, ostentando attraverso i materiali - marmo, legno, oro, bronzo e sete - lo sfarzo di una famiglia e di un’epoca. Tutti i decori, realizzati ad intaglio, denunciano una spiccata accuratezza di un repertorio artistico dai connotati fortemente allegorici: testine, maschere, trionfi di frutta e fiori, foglie d’acanto, conchiglie si mescolano a curve e controcurve sinusoidali esprimendo al meglio la “linea della bellezza” e della ricercatezza del particolare. Accanto a tali arredi si accostano quelli più “recenti” ed in stile liberty in cui la natura ed i fiori diventano fonte principale di arredo e ornamento e interpretazione fantastica di un mondo vegetale dal quale vengono desunte quelle sinuose e curve “linee morbide” che da elementi decorativi diventano elementi strutturali che ne sottolineano la “forma”. Tanto ancora ci sarebbe da scrivere su questo celebre edificio e a tal proposito non può non essere citata, al piano terra, l'antica farmacia Leone che, realizzata tra il 1893 e il 1895 da Federico Leone e dai suoi nipoti Nicola e Alfonso, rappresenta un vero e proprio monu­mento della città. Anche in questo caso, affreschi, sculture, arredi si fondono in un ensamble storico-artistico che ancora oggi come nel passato colpisce l'immaginazione di chi vi entra suscitando come nel caso  dello scrittore inglese George Gissing tali effetti, da fargli scrivere: «cercando una pozione o una pillola ci si trova in un museo d'arte dove sarebbe facile passare un'ora a studiare il banco, gli scaffali o il soffitto».  

Testi Arch. Oreste Sergi.

 

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