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PALAZZO RUGGERO - RAFFAELLI

Già Convento dei PP. Minimi o dei Paolotti di S. Francesco di Paola 1577
Rifacimenti 1881 Arch. M. Manfredi 

Il palazzo Ruggero-Raffaelli è il rifacimento ottocentesco, del cinquecentesco convento dei PP. Minimi di S. Francesco di Paola. Quest’ultimo, alienato successivamente a privati, fu interessato dai lavori di rettificazione dell’allora Corso Vittorio Emanuele. Nel 1881 la parte di fabbricato prospiciente il corso Mazzini, denominata “Casa Ruggero”, fu interessata da alcuni lavori di ristrutturazione attuati su progetto di Michele Manfredi che causarono il taglio dell’intera facciata e il suo allineamento con il prospetto della chiesa, nonché la sistemazione degli ambienti residui su tutti i piani. Fu durante tali lavori e l’abbattimento parziale del fabbricato che vennero rinvenute alcune strutture dell’antica fabbrica conventuale con la presenza, al piano terreno, di volte a botte e a crociera e di una cisterna. Tutto ciò fa riferimento ad alcune fonti storiche dell’ordine dei Minimi, riportate dal Padre Pandulfo O. M. che scrive in alcune memorie come il convento aveva «un dormitorio grandissimo e doppio, nel quale oltre al comune ambulacro ogni cella aveva il suo ligello.

Ma poiché nel 1638 nel sesto giorno delle Calende di Aprile la terra tremò fortemente e moltissimi luoghi di questa provincia crollarono, sebbene questa Città, per intercessione del S. Padre (si riferisce a S. Francesco) e di S. Vitaliano suo protettore, non fu soggetta ad alcun danno doloroso: poiché però gli edifici del Convento furono alquanto di strutti, allora ai Padri sembrò opportuno abbassare lo stesso Convento e così abbassato di tenerlo totalmente a freno con delle catene e di ridurlo alla forma che si vede». Successivamente su iniziativa del P. Paolo Gaspa nel 1715 e su progetto di un architetto messinese «fu costruita una grande cisterna in mezzo al chiostro, che rese molto noto il convento e fu di grande vantaggio e utilità per tutti i cittadini di Catanzaro; adornato in modo nuovo il refettorio e spostato in un luogo più comodo, ricondotti il chiostro e le celle dei frati ad una forma più bella; ricostruì e ingrandì lo stesso Convento in modo tale che i suoi edifici non sembrassero quelli che c’erano dapprima ma (sembrassero) del tutto diversi». Il 5 febbraio del 1783, tutta la città di Catanzaro fu danneggiata dal disastroso terremoto che, nella sola provincia della Calabria Ulteriore aveva colpito 397 centri abitati, tra i quali, 82 furono inesorabilmente rasi al suolo; anche il complesso conventuale dei Minimi non uscì indenne da questo tragico evento. Narrano le cronache del tempo che del cinquecentesco monastero dei “Paolotti“ esistevano i muri laterali gravemente danneggiati e che ogni tipo di opera in legno, dai solai alle capriate del tetto, era distrutta.

Con l’istituzione della Cassa Sacra, l’edificio fu, insieme ad altri undici conventi della città e ad altre 236 case religiose maschili e femminili della sola Calabria Ulteriore, soppresso e con esso venduti e dispersi molti dei beni immobili e mobili, tra i quali va ricordata la ricchissima ed importante biblioteca. I Padri Minimi furono costretti così a lasciare la struttura e dopo alterne vicende ritornarono in città nel 1796 ma, nel periodo murattiano, il decreto del 7 agosto 1809 deliberò la definitiva soppressione del convento ed il conseguente risolutivo abbandono della città da parte dei “Paolotti“. Il comprensorio dell’antico Convento con l’annesso orto, come si evince dal manoscritto di Giacomo Frangipane, fu in seguito all’alienazione occupato dai fabbricati posseduti a ponente dal Sig. Annibale Rivoiro, e dai lati di mezzogiorno, oriente e tramontana dai Sig.ri Cristallo, Raffaelli ed altri. Ma le cronache del tempo riportano che la vendita ed il successivo acquisto dei ex locali conventuali causarono parecchi danni alla famiglia Ruggero, Suriano e Folino, tant’è vero che l’ultimo occupatore dei locali, Tommaso Pudia, «cedendo a scrupolo di coscienza credette rinfrancarsi con rinnovarne le fabbriche e decoro della Chiesa annessa».

L’edificio, oggi, si presenta quindi nel suo rifacimento ottocentesco; posto alla fine del Corso Mazzini, all’incrocio con la Via de Seta già Bellavista, è da considerarsi tra i manufatti architettonici più interessanti ed imponenti prospicienti l’antica via della Villa. Il palazzo, a corte centrale, è addossato alla cinquecentesca chiesa di S. Francesco di Paola e presenta all’esterno due facciate che si discostano completamente l’una dall’altra, oltre che per il numero dei piani, anche per l’impostazione formale e per l’apparato decorativo. Ciò evidenzia che pur volendo considerare il palazzo come un organismo unitario in realtà risulta diviso in diverse unità distinte e separate, frutto degli stravolgimenti e dei lavori di riattamento che interessarono l’intero complesso edilizio, ed in particolare l’ala di Corso Mazzini, nella seconda metà dell’ottocento. Il prospetto che si affaccia sul Corso Mazzini è infatti interessato da una decorazione ottocentesca più ricercata, rispetto la facciata di Via De Seta, e legata ancora ad un gusto tardobarocco. Questo prospetto è caratterizzato da fasce marcapiano che evidenziano i tre piani fuori terra, delimitato a sud, per i primi due piani, da bugne e nell’ultimo da una parasta e concluso da un aggettate cornicione modanato retto da eleganti mensole modulari in terracotta costituite da teste di putti, sul quale si imposta una superfetazione avvenuta in tempi non recenti.

I tre piani rivelano un progetto compositivo che privilegia il gusto della ricercatezza nella decorazione man mano che dal basso  procede verso l’alto, riscontrabile nella fattura decorativa pensata in generale per l’intera facciata (fasce e cornici marcapiano in terracotta e stucco lavorato e modanato, mensole sorrette da teste leonine, ringhiere in ghisa…) ma, in particolare, per le finestre e per i balconi che si alternano con un modulo costante: riquadrate da bugne e sormontate da aggettanti mensole lineari, al primo piano; riquadrate da cornici modanate, sormontate da eleganti mensole curve a sesto ribassato e decorate in chiave da teste di putti, al secondo piano.

Tutti questi elementi, come molti altri presenti nei lavori di rifacimento delle facciate di altri palazzi prospicienti il corso Mazzini, sono unità modulari prefabbricate in terracotta. Il piano terra, presenta caratteri formali più semplici ed è caratterizzato da due portali in muratura ad arco a tutto sesto intervallati da coppie di finestre: il primo situato più a sud è l’ingresso vero e proprio di questa porzione di palazzo e, chiuso da un portone in legno scolpito riccamente sormontato da una ghiera in ghisa, immette ai piani superiori attraverso una stretta scala delimitata da una ricca ringhiera in ghisa; il secondo, al contrario, immette direttamente all’interno della corte. Quest’ultimo, così come gli ambienti limitrofi, è diviso lateralmente da pilastri e coperto da volte a crociera, unici resti del cinquecentesco chiostro del convento.

Il prospetto lungo la via De Seta, costituito da quattro piani fuori terra (l’ultimo dei quali è una sopraelevazione avvenuta in epoca non recente), presenta caratteri comuni ad altri manufatti presenti in città ed in particolare a Bellavista (portale centrale, cornici modanate, fasce marcapiano, bugne laterali, mensole e reggimensole in pietra, ringhiere in ghisa e ferro battuto…), si caratterizza per il bugnato presente in facciata realizzato a fasce continue al piano terra, a bugne alternate, al secondo piano. Il portale, chiuso da un portone in legno e sormontato da un ghiera in ghisa, immette in un androne coperto da una volta a padiglione decorato da affreschi.

La corte non presenta alcun elemento formale di rilievo se si escludono i reggimensola di alcuni balconi in stucco decorate da motivi vegetali acantiformi. All’angolo del palazzo sul lato che si affaccia su Bellavista è posta una lapide marmorea, che riprende un testo di Ovidio, con il celebre Carpe Diem, un tempo posta insieme ad un antico Crocefisso a lato della porta di Bellavista: questa era costituita da una arco in muratura chiusa da una porta di legno ed era sita alla fine del corso tra l’attuale palazzo e le case poste di fronte.  

Testi Arch. Oreste Sergi

 

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