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Museo Diocesano d’Arte Sacra 1997

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Palazzo Episcopale
Sec. XVI rifacimenti sec. XX
Via Arcivescovado, 13 - 88100 Catanzaro - Tel. 0961721333 – 0961721339
Orari di Apertura: Lunedì, mercoledì e sabato dalle 17.30 alle 19.30 


Il Museo Diocesano d’Arte Sacra è stato inaugurato nel 1997 e fu creato dall’allora arcivescovo di Catanzaro – Squillace mons. Antonio Cantisani. La struttura museale è allocata all’interno del palazzo Episcopale, quest’ultimo parte integrante del complesso del “Vescovato” che, dall’età normanna in poi, andò a costituire la cittadella vescovile insieme alla millenaria mole della Cattedrale di Santa Maria Assunta e dei Santi Pietro e Paolo e, nella seconda metà dell’ottocento, al palazzo del Seminario. Tutto il complesso delinea e circoscrive quella che già in epoca medievale era ed è la piazza del Duomo, sede del potere religioso, che mantiene ancora oggi sebbene alterate, dopo le distruzioni operate dai bombardamenti aerei anglo-americani del 27 agosto 1943, le caratteristiche e gli elementi storico-urbanistici ed architettonici originari; non a caso ancora oggi il colle su cui sorge la cittadella conserva il toponimo medievale di “Vescovato”. I numerosi terremoti che si sono abbattuti sulla città e le varie vicende urbanistiche hanno in parte distrutto o, molte volte, soltanto modifica­to le testimonianze architettoniche più antiche di matrice civile presenti all'interno del centro storico ed il palazzo vescovile ne è una testimonianza in quanto al momento non si conosce con esattezza la data di costruzione. Si può però ipotizzare che il nucleo più antico del complesso e cioè la “casa del vescovo”, così come viene menzionata su alcune carte topografiche di inizio ottocento, sia frutto di quella attività edilizia che interessò la città e che è attualmente docu­mentabile, se si escludono le chiese,  dal '400 fino a tutto il secolo XVI, periodo in cui l'opera di maestranze, di mae­stri ed architetti, attivi a Napoli, è confermata anche nelle principali città del regno. È ipotizzabile pertanto che il palazzo, tutt’ora sede dell’episcopio, possa essere stato costruito tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500. A documentare tale ipotesi l’assetto edilizio e le caratteristiche formali del palazzo impostato su una forma rettangolare che vede dialogare, androne, portico e scale, con la corte (chiusa sino agli anni ’40 da un altro portico ed  oggi chiusa da un moderno corpo di fabbrica dell’auditorium S. Petri) e con il giardino retrostante. Lo sviluppo planimetrico e gli ambienti del piano terra voltati a botte e a sesto ribassato policentrico, rimarcano l’impianto strutturale antico che si basa su una muratura esterna di rilevante spessore e su muri interni paralleli alla facciata principale mentre, il blocco delle scale, trasformato nell’ottocento e dopo la ristrutturazione degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, è ancora riscontrabile in parte sull’angolo destro oggi utilizzato come magazzino. L'edificio ha subito diverse integrazioni nei secoli che, in più fasi costruttive, hanno definito l'attuale struttura. In particolare è possibile identificare parti origina­rie del XV-XVI secolo relative al portale, all’ingresso, nonché agli ambienti voltati del piano terra non interessati dai danni bellici, men­tre risalgono al secolo XIX e XX il rifacimento di alcuni ambien­ti del piano nobile. Tra il 1852 ed il 1877 infatti mons. De Franco decide di ristrutturare il palazzo vescovile e di edificare il Seminario così come si evince dalla lapide, un tempo posta nel palazzo episcopale ed oggi allocata nelle scale del Seminario minore: «EPISCOPALE VETUS PALATIUM IMPERITA STRUCTURA COLLABENS EGO RAPHAEL MARIA DE FRANCO CATACEN EPISCOPUS AD TERRAM USQUE DISIECI NOVUMQUE AERE NON PROPRIO NON ALIENO SED EPISCOPALIS MENSAE SUMPTIBUS PERITISSIMO ARCHITECTO DIRIGENTE SOLIDIUS COMMODIUS ELEGANTIUS REAEDIFICAVI ANNIS D.NI A MDCCCLII AD MDCCCLXXVII QUO MEAS ARGENTEAS NUPTIAS AUREASQUE PII PAPA IX OH, FELIX OMEN ! SOLEMNITER RITEQUE PERÉGI SUCCESSORES EO PERFRUANTUR ANTISTITES GRATUMQUE PRECOR ANIMUM MIHI EXIBEANT CUM SACRA FECERINT». Di quella sapiente ristrutturazione non resta alcuna traccia in conseguenza della ristrutturazione operata da mons. Armando Fares nel dopoguerra, ad esclusione della cappella episcopale a pianta centrale e circolare sormontata da cupolino e decorata da una ornamentazione ottocentesca, di probabili maestranze serresi o roglianesi, ma di matrice ancora tardobarocca e neoclassica insieme. La ristrutturazione della seconda metà del ‘900 ha completamente cancellato ogni elemento decorativo della facciate prospicienti la via arcivescovado e la piazza Duomo, documentabili attraverso foto d’archivio, nonché i danni bellici, in particolare per ciò che concerne l’ala del palazzo del Seminario, hanno distrutto ogni cosa e specificatamente: la Cappella (oggi sede della Curia e di alcuni uffici diocesani) e la terrazza prospiciente il giardino della quale restano a testimonianza dell’avvenuta copertura alcuni pilastrini lapidei della balaustra su cui erano posti i busti di terracotta della Madonna con il Bambino e dei santi Vitaliano ed Ireneo (?) oggi allocati al Museo Diocesano e all’interno della corte. Il Museo si sviluppa in tre sale e conserva opere d’arte provenienti dalle antiche parrocchie medievali non più esistenti, dalle chiese di conventi e monasteri, dalla Cattedrale e anche dal territorio dell’antica diocesi di Catanzaro. Il nucleo più consistente si attesta in ciò che era il Tesoro della Cattedrale a cui fanno rifermato numerosi paramenti sacri e, in modo particolare, la ricca argenteria, scampati entrambi dalla distruzione e dai trafugamenti dell’ultima guerra; questi infatti rivestono una particolare importanza storico-documentaria oltre che artistica se si pensa che tutta la suppellettile liturgica è ascrivibile ad un periodo di tempo racchiuso tra la fine del ‘500 e gli anni ’30 del 900. Tra i pezzi più interessanti: il calice siciliano di frà Lorenzo da Catanzaro del 1654 della chiesa dell’Osservanza, la croce astile della Cattedrale del 1695 opera di GiovanBattista Buonacquisto, l’ostensorio del 1792 dell’ex monastero di S. Chiara, il calice con l’Assunta e le Virtù teologali in argento dorato e pietre ornamentali di mons. Raffaele M. De Franco opera di Gennaro Romanelli, il tronetto eucaristico del 1856 della chiesa della Maddalena opera di Antonio Abbate, la vara processionale del patrono S. Vitaliano, l’ostensorio d’oro del Congresso Eucaristico Regionale del 1933  opera di Giuseppe Guelfi. Ma il Museo Diocesano si pone all’attenzione delle strutture museali cittadine in quanto è l’unico contenitore culturale che espone, attraverso i parati sacri, testimonianze della cultura manifatturiera tessile catanzarese. Gli arredi tessili conservati nel Museo Diocesano provengono da alcune chiese della stessa città e del territorio dell’odierna arcidiocesi metropolitana di Catanzaro–Squillace ma, principalmente, la sala espositiva “B” offre una ricca, anche se non completa, scelta della dotazione tessile della Cattedrale catanzarese, con paramenti databili dal XVIII al XX secolo in cui primeggiano parati in terzo, piviali, pianete, veli del calice, pantofole pontificali e mitre. I tessuti del Museo Diocesano, così come quelli custoditi nelle chiese di Catanzaro, possono essere considerati vere e proprie fonti e reperti inediti dei secoli XVI-XIX, poiché è proprio alla chiesa che si deve il merito, di aver conservato – nel caso specifico di aver anche distrutto a volte per ignoranza, a volte per incuria – la maggior parte di manufatti tessili, che si pongono all’attenzione degli studiosi tanto più per essere solo in minima parte realizzati a scopo liturgico. Nel prezioso nucleo tessile della sala “B” si conservano anche alcune mitre “preziose” ed “aurifregiate” provenienti dalla Basilica dell’Immacolata, pianete e dalmatiche confezionate nel Monastero della Maddalena, e non ultimi i parati provenienti da Torre di Ruggero. Tra questi paramenti, conservati oggi al museo diocesano, ai ricchi broccati, si alternano i paramenti in gros de Tours laminati, taffettà, moiré, ricamati da fastose decorazioni ascrivibili tra i primi del ‘700 al pieno ‘800, fino a toccare i primi del ‘900. Di Emanuele Spinelli, presule catanzarese dal 1714 al 1727, si conserva il raffinatissimo piviale arricchito, sul fondo cremisi ed oro, da raffinati merletti in trina aurea e, sull’estremità dello stolone, dallo stemma del casato della nobile famiglia napoletana. Alla famiglia Spedalieri di Guardavalle appartiene la pianeta in taffetas chiné a la branche, tessuto presente in alcune collezioni private di Lucca e di Reggio Emilia, e nei musei diocesani di S. Severina e di Reggio Calabria, caratterizzata da un disegno cosiddetto a “fiamme” con fondo ecrù e sfumature in rosso, verde, turchese e giallo. Altrettanto individuabili e raffinati nell’austera semplicità, sono gli arredi contrassegnati dalle insegne vescovili del benedettino Mons. Bernardo Maria De Riso e ancor più quelli del domenicano Mons. Emanuele Maria Bellorado o il nucleo più corposo appartenuti a Mons. Raffaele Maria De Franco che resse la diocesi per 31 anni e 5 mesi e fu particolarmente attento e propenso al problema delle attività sociali della diocesi ma anche a quelle storico-artistiche ed architettoniche della fabbrica del duomo. A tutto ciò si aggiungono le pianete e le dalmatiche in damasco classico di manifattura siciliana e catanzarese ascrivibili tra la fine del ‘400 e il primo decennio del ‘600. A fare da cornice, tra sete e argenti, i quadri della corposa pinacoteca con tele di Biagio De Vico, Domenico Leto, Francesco Saverio Mergolo, Francesco Basile, Domenico Ruffo, A. Palomba e la splendida tela di S. Nicola vescovo della metà del XVII secolo la cui fattura di ambito romano si relaziona alla cultura berniniana e cortonesca con riferimenti alla pittura di Giacinto Brandi.

Testi Arch. Oreste Sergi

 

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