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ROTELLA HOUSE

Casa della Memoria

2005

La Casa della Memoria è sita nello storico quartiere che fino al XV secolo ospitava la comunità ebraica della città e, in particolare, in uno stretto vicoletto dal nome abbastanza curioso “Vico dell’Onda”. Questo termine si rapporta all’attività manifatturiera tessile della città, a quei tempi centro importantissimo per il meridione d’Italia in merito alla produzione di tessuti, in quanto il termine “ondato” è utilizzato, nel gergo tessile, per identificare i tessuti marezzati o “moiré”, caratteristici per avere effetti concentrici di riflessione di luce che si ottengono schiacciando, sotto pesanti mangani,  le armature a piccole coste trasversali, in modo particolari i tessuti gros de Tours e gros de Naples, attraverso un movimento rotatorio e dopo una opportuna piegatura. Ma la Casa della Memoria assume un significato ancora più importante se si pensa che il nucleo architettonico che oggi costituisce la Rotella’a House altro non è che l'abitazione, la casa natale dell'artista calabrese ed in particolare la casa materna di Mimmo Rotella: la casa della famosa modista e creatrice di cappelli della città. Ancora oggi sulle bianche pareti del prospetto dell’edificio ristrutturato, accanto alla porta d’ingresso,  è situato il cartello “MODE” che ricorda l’attività della madre di Rotella il quale ha voluto e concepito questo “topos” come un luogo sacro, rigoroso e bianco all’interno della quale l’artista ha voluto ricordare la madre, rendendo omaggio alla sua città natale, lì dove l’arte è passata dalle mani materne agli sguardi del figlio. Tutto ciò è ricordato appena superato l’ingresso e la sala centrale, in un luogo dal fascino straordinario dove cappelli appesi, scatole contenenti piume e materiali vari e tra i più disparati, ricordano il Rotella «bambino che frugava nella materia di lavoro della madre. Nelle materie di sguardo che avrebbe in seguito trovato nelle sue peregrinazioni e creazioni d’artista». Mimmo Rotella, artista di fama internazionale e creatore del “decollage”, nato a Catanzaro il 7 ottobre del 1918, ha voluto la realizzazione di questa “casa” perché attraverso essa la semplice abitazione della “modista”, come lo stesso artista ha affermato, potesse essere «legata ad una visione culturale ampia e non vuole essere la costruzione di una scatola chiusa che non avrebbe senso e si scontrerebbe con la mia concezione dell’arte e della vita. Al Sud ci sono poche realtà che si interessano d’arte contemporanea. La Casa della Memoria potrebbe diventare il punto centrale di una rete che in Calabria esiste ma che non ha un coordinamento. Io mi sento non solo calabrese ma cittadino del mondo e vorrei che la Casa della Memoria e la mia arte comunicassero con gli abitanti del pianeta per dire che l’arte è pace e profezia». Nell’ampia sala centrale, pensata quasi fosse una navata e a cui fanno eco altre due sale attigue più piccole, sono esposte alcune opere del maestro del “decollage” in una concezione dello spazio ampio luminoso dilatato verso il costruito della città all’interno del quale emergono i decollages giganti strappati dai muri di altre città, altri più piccoli – nucleo di opere recenti e alcuni lavori degli anni '50 e '60 – e numerosi ricordi e fotografie dell'intensa vita del maestro ottantaseienne. Ma cosa sono i decollage? Per capirlo dobbiamo percorrere quel tratto della vita di Mimmo Rotella che nel 1953 attraversa una crisi che lo costringe ad interrompere la produzione pittorica. Ormai convinto che non ci sia più niente da fare di nuovo nell'arte, ha improvvisamente quella che egli definisce "illuminazione Zen": la scoperta del manifesto pubblicitario come espressione artistica della città. Così nasce il décollage: incolla sulla tela pezzi di manifesti strappati per strada, adottando il collage dei cubisti e contaminandolo con la matrice dadaista del ready made. Scrive a tal proposito Tonino Sicoli: «La vita stessa è un grande ready made, assunto dall'artista a mo' di repertorio illimitato, un campionario inesauribile per la creazione di un nuovo originale linguaggio. È soprattutto la realtà mediatica ad interessare Mimmo Rotella, ovvero quella fatta di immagini, icastica e virtuale, accattivante e prosaica, effimera e straniata. Ma è l'incidenza con la sua stessa vita a renderla interessante per l'artista, a far scattare quel clic empatico e a fare entrare in sintonia l'oggettivo "mediatico" con il soggettivo "artistico". L'attrazione di Rotella per i manifesti soprattutto cinematografici ha origine nella fascinazione infantile per un disegnatore d'affiche che negli anni Venti e Trenta a Catanzaro preparava i cartelloni pubblicitari dei film. I fotogrammi ripresi da Migliaccio, esercitarono su Rotella certamente un qualche incanto suscitando in lui curiosità e ammirazione. Questo ricordo della sua città natale dovette accompagnare non per poco l'artista catanzarese, che sarebbe diventato negli anni Sessanta l'artista decantatore della icone cinematografiche di Cinecittà e di Hollywood. Il rifiuto della realtà naturale, cioé di una natura da prendere a modello, prima ancora di estrinsecarsi nel realismo artificiale di marca urbana, si indirizza verso una ricerca inizialmente astratta e materica poi. Abbandonata la figurazione di qualunque tipo, Rotella sperimenta i ritmi geometrici e i valori puri del segno grafico. Saggia le potenzialità dinamiche della superficie, compie una ricerca sulle origini stesse della forma. Scopre, così, attorno agli anni Quaranta la modularità della composizione e i grafemi elementari da cui prende origine l'universo visivo. Questa esperienza che gli serviva allora per mettere in discussione il realismo pittorico e i modelli iconografici tradizionali, ha, in verità, per lui una funzione di aggiustamento percettivo su una concezione degli spazi e dei campi, che si porterà dietro nelle opere della successiva maturità. Infatti quello che, a partire dagli anni Cinquanta si configura come l'informale materico di Rotella, dal pre-décollage al retro d'affiche al collage stesso, mantiene in tutta la sua pienezza una impostazione rigorosamente razionale e geometrica, di una sottile geometria applicata alle modalità dello strappo e alla distribuzione dei brandelli di carta. Un costante controllo della superficie garantisce un scansione dei ritmi strutturali sempre efficace e misurata. La scopertura graduale degli strati di manifesti, che sembrano ricomporsi in nuovi missaggi di colori e forme, sottintende una ricerca dell'equilibrio e un dosaggio attento degli elementi compositivi. Il processo entropico di abbassamento del livello d'ordine dall'immagine del manifesto integro a quella lacerata e frammentata dei décollages, non è un degradare verso un disordine ed il prodotto del caso, bensì il disporsi secondo un ordine più complesso e criptico, che sottende il processo formativo senza tuttavia palesarsi in un costrutto ostentato e ben delineato. La superficie dei décollages risulta mentalmente misurata con cadenze metriche estremamente pensate. Le superfici strappate sono modulate e dietro l'apparenza informale mantengono una vocazione razionalista di una geometria costruttivista tutta rotelliana. Anche quando agli inizi degli anni Cinquanta individua sottilmente il passaggio fra collage e décollage, fra il costruire e il decostruire, fra l'aggiungere ed il levare, Rotella ha ben in mente il senso dell'equilibrio formale, per cui il prelievo d'affiche dai muri della città è, per quanto estemporaneo, sottoposto comunque ad una scelta precisa. I manifesti per lui al di là del loro fine pubblicitario, possono avere un prosieguo d'esistenza come puro materiale visivo, icona del nostro tempo consumistico, immagine ancora accattivante anche nella sua decomposizione e caduta d'integrità. I manifesti è come se fossero lì, con una loro esistenza incompiuta ma già gravidi di diverse possibili trasformazioni. Rotella capta una nuova immagine, che il prelievo linguistico ha reso elettiva e che da un livello di ordinaria comunicazione sale a quello di arte, con tutta la sua densità di senso, complessità segnica e la sua valenza concettuale». Nel 1955, a Roma, nella mostra "Esposizione d'arte attuale", espone per la prima volta il 'manifesto lacerato'. In seguito, pratica il cosiddetto doppio décollage: il manifesto staccato prima dal cartellone, poi, strappato in laboratorio. In quegli anni si serve anche dei retro d'affiche, adoperando i manifesti dalla parte incollata ed ricavandone opere non figurative e monocrome. Alla fine degli anni '50, Rotella, è etichettato dalla critica come strappamanifesti o pittore della carta incollata. Di notte, strappa non solo manifesti, ma anche pezzi di lamiera dalle intelaiature delle zone d'affissione del Comune di Roma. Nel 1958 riceve a Roma la visita del critico francese Pierre Restany, con il quale inizia un lungo sodalizio. Quest’ultimo è il creatore del Nouveau Réalisme al quale Rotella, pur non firmando il manifesto, aderisce nel 1960. La struttura museale  offre tutto questo, uno spaccato della “storia” più intime e centrale della carriera artistica di questo grande artista del quale oggi è possibile conoscere e studiare l’arte e la cultura attraverso l’archivio-biblioteca della Casa della Memoria che raccoglie cataloghi, riviste e documentazioni, che riguardano le arti visive, la Pop Art e il Maestro, messi disposizione degli studiosi insieme al piccolo bookshop e a un maxi schermo.

Testi Arch. Oreste Sergi

 

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