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CURIOSITA'

INDICE


DOVE "NACQUE L'ITALIA"
CATANZARO LA CITTA' DEI PAPARAZZI
L'ANTICA CAPITALE DELLA SETA
LA CITTA' DEL PONTE
CATANZARO CITTA' FORTEZZA
I VICERE'
GIANGURGOLO, LA MASCHERA TIPICA DI CATANZARO

L'ISTMO DI CATANZARO
LA MATEMATICA NON E' UN'OPINIONE
RACHELE e SAVERIO come GIULIETTA e ROMEO


 

DOVE "NACQUE L'ITALIA" (torna sù)

Qual è l’origine del nome Italia?

 
Il nome deriva dal vocabolo Italói, termine con il quale i greci designavano i Vituli (o Viteli), una popolazione che abitava nella punta estrema della nostra penisola, nei pressi dell’odierna Catanzaro, i quali adoravano il simulacro di un vitello (vitulus, in latino). Il nome significa cioè “abitanti della terra dei vitelli”. Fino all’inizio del V secolo avanti Cristo, con Italia si indicò solo la Calabria, in un secondo tempo il nome fu esteso a tutta la parte meridionale del Paese.
 
 
Dalla Calabria alle Alpi. Nel secolo III, dopo le vittorie riportate dai romani contro i Sanniti e contro Pirro, si estese fino al Magra e al Rubicone. Nel 49 avanti Cristo, quando anche alla Gallia Cisalpina furono concessi i diritti di cittadinanza romana, anche le regioni settentrionali della penisola presero il nome di Italia. Tali confini vennero ulteriormente dilatati con la riforma amministrativa di Augusto (27 dopo Cristo) che li portò a ovest al fiume Varo (presso Nizza) e a est al fiume Arsa, in Istria. (fonte: "Focus") 
 
Mentre Antioco di Siracusa nel V secolo a. C. così scriveva:
"L'intiera terra fra i due golfi di mari,
il Nepetinico [S. Eufemia] e lo Scilletinico [Squillace],
fu ridotta sotto il potere di un uomo buono e saggio,
che convinse i vicini, gli uni con le parole, gli altri con la forza.
Questo uomo si chiamò Italo che denominò per primo
questa terra Italia. E quando italo si fu impadronito
di questa terra dell'istmo, ed aveva molte genti
che gli erano sottomesse, subito pretese anche i territori confinanti
 e pose sotto la sua dominazione molte città".
 
A confermare il tutto furono, tra gli altri, anche Dionigi (o Dionisio) di Alicarnasso e Aristotele. Re Italo estese il suo dominio sull'Enotria che si estendeva per un vasto territorio compreso fra l'asse Metaponto-Posidonia (dalla foce del Bradano alla foce del Sele) e l'attuale Calabria.
"Antioco, figlio di Senofane, ha raccolto e scritto queste cose sull'Italia trascegliendo dagli antichi racconti le informazioni più affidabili e sicure; quella che oggi si chiama Italìa, in antico la possedevano gli Enotri". (Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 11 - 12)
"Antica sembra essere anche l'istituzione dei sissizi, quelli di Creta risalendo al regno di Minosse, ad epoca molto più antica invece quelli d'Italia. Dicono infatti gli esperti delle popolazioni che vivono lì, che divenne re dell'Enotria un certo Italo, dal quale si sarebbero chiamati, cambiando nome, Itali invece che Enotri. Dicono anche che questo Italo abbia trasformato gli Enotri, da nomadi che erano, in agricoltori e che abbia anche dato ad essi altre leggi, e per primo istituito i sissizi. Per questa ragione ancora oggi alcune delle popolazioni che discendono da lui praticano i sissizi e osservano alcune sue leggi". (Aristotele, Politica, VII, 9, 2)
 

CATANZARO LA CITTA' DEI PAPARAZZI  (torna sù)

Paparazzo o paparazzi è un neologismo che identifica i fotografi specializzati nel riprendere le celebrità, sia in occasioni pubbliche che nella loro sfera privata. Il termine fu utilizzato per la prima volta nel film “La dolce vita” di Federico Fellini.
Paparazzo era il noto cognome di un fotoreporter impersonato dall’attore Walter Santesso, che accompagnava Marcello Mastroianni nelle scorribande tra una scintillante Via Veneto e la periferia di Roma. Il cognome dell’attore nel film ha poi finito col definire per antonomasia tutti i fotografi scandalistici, i quali con ogni mezzo cercano di strappare tutte le immagini possibili e particolarmente piccanti dei divi. Ci si è chiesti il perché a Fellini venne in mente proprio la parola “paparazzo”?
In realtà durante la sceneggiatura del film, il regista stava leggendo il famoso libro intitolato “Sulla riva dello Jonio” di George Gissing, nel quale l’autore descriveva il proprio viaggio compiuto in Italia verso la fine dell’800.
Gissing, in particolare, nominava il proprietario ed ossequioso direttore di un albergo di Catanzaro, dove aveva alloggiato, tale Coriolano Paparazzo. Quest’ultimo raccolse subito le simpatie dello scrittore, per aver affisso alla porta della stanza dei suoi clienti, un buffo invito ad utilizzare il ristorante dell’albergo, che 
l’autore ospite dell’albergo Centrale, non potè fare a meno di notare.
Un avviso in cui Coriolano Paparazzo, preoccupato per l’agguerrita concorrenza, invitava gli ospiti a non “disdegnare” il ristorante dell’hotel. Gissing, divertito dalla comicità letteraria dell’annuncio, ne prese nota nel suo diario di viaggio, scrivendo: “trovato stamattina un buffo avviso sulla porta della mia stanza”.
Il cognome “Paparazzo” deriva dal greco paparasitas “pretesellaio”, e piacque moltissimo a Fellini, che rimase talmente colpito da questo prestigioso nome, al punto che lo adattò per rappresentare il personaggio del fotografo.
Sostantivo che verrà usato in seguito in tutto il mondo. Ci sono dei film che rimangono nell’immaginario collettivo grazie ad una scena, e la dolce vita è uno di quelli, il quale oltre a consolidare il mito della mondanità disimpegnata caratterizzante la Roma degli anni 50/60, è stato anticipatore di ciò che sarebbe per sempre accaduto nel resto del mondo da quell’epoca fino ad oggi.
Roma era diventata un grande set cinematografico, per l’enorme quantità i kolossal che approdavano a Cinecittà, rievocando l’escalation degli scandali e degli scoop, che erano di gran voga. Numerose sono le definizioni del periodo, Vincenzo Mollica testualmente scrive: ”la dolce vita è stata un fenomeno culturale 
e di costume che ci appartiene, che è irripetibile ed è tutto italiano”. Così Fellini, fautore di un’acclamata 
tradizione cinematografica italiana, si rese L’origine del nome fautore anche di un termine che avrebbe 
fatto storia nel mondo della fotografia: “paparazzo”.  “La Dolce Vita è un inno al mondo sotto i riflettori, ad un mondo, durante gli anni ‘50-‘60, in cui attori e attrici facevano a gara per farsi trovare pronti e splendenti davanti all’obiettivo indiscreto di una macchina fotografica, guadagnando in fama e gloria”. Fellini scambiando il cognome popolaresco dell’oste catanzarese, con un nome comune creò con “paparazzo” il prototipo del fotografo d’assalto.
Anche Ennio Flaiano, che collaborava con il regista, si ricorda di questa scoperta proprio nei suoi appunti dei “Fogli di Via Veneto”, (alcuni pubblicati sull’Espresso di quel periodo e ripubblicati anche recentemente).
Flaiano ribadì che leggendo per caso il racconto di viaggio di Gissing, sia lui che Fellini furono colpiti dal suono surreale del prestigioso nome di quel Coriolano Paparazzo.
 

L'ANTICA CAPITALE DELLA SETA  (torna sù)

Catanzaro ha alle spalle una lunga tradizione artigianale serica. Tra l'XI e il XVIII secolo ci fu una fiorente produzione di damaschi, velluti, rasi, broccati, lampassi, ermosini, sciamiti, zen­dadi, lamii e così via. In una pergamena datata 1205, conservata nel R. Archivio di Napoli, sono nominati i seguenti oggetti: «cuscini di cathasarito rosso, panni di oro e di seta, sciamiti e zen­dadi di diversi colori». Nel 1397 i progressi del­l'arte serica catanzarese giunsero sino alla Corte napoletana e il re Ladislao di Durazzo per incentivarli decide di sgravare la città di alcune tasse sulla tintoria. Fu allora che per ricono­scenza gli artieri catanzaresi donarono al sovra­no un parato di velluto in seta verde intessuto con fili d'oro che servì per tappezzare la sala del trono di Castelcapuano.
 
Manifatture seriche così importanti erano nel Regno di Napoli, ai principi del XV secolo, ristrette alla sola città di Catanzaro, pertanto l'arte meritò protezione e sgravi fiscali da parte dei sovrani. È noto, infat­ti, che tra i secoli XI e XVIII la città fu protago­nista indiscussa di quelle rotte commerciali, denominate "vie della seta", attraverso le quali i "cathasariti" (così venivano chiamati i tessuti catanzaresi) divennero famosi e apprezzati in tutta Italia e in parte dell'Europa per la loro alta qualità, per la raffinatezza dei disegni nonché per la bellezza e la lucentezza dei colori natura­li: il cremisi, l'amarillo, il blu notte, il verde e il celeste. Le tinte dei tessuti catanzaresi erano realizzate attraverso l'uso di coloranti naturali. In particolare: il celeste derivava da una mistu­ra di polveri denominata "castello"; il cremisi, un colore rosso granato acceso, si produceva dal Kermes (colorante ricavato dall'essiccazione di un tipo di conchiglia che dava al tessuto lucen­tezza e vivacità inalterabile per secoli); lo scar­latto si estraeva dalla radice della robbia che cresceva spontanea nei campi non coltivati; il nero si otteneva creando un colore blu-notte molto cupo o marrone scurissimo realizzato dal mallo delle noci o dalla "noce di galla" prodot­ta dalle querce; il giallo oro, chiamato anche amariglio, si produceva sia bollendo la terra gialla di Tropea sia dall'erba gialla di Tropea che cresceva spontanea nei dintorni della stessa cit­tadina tirrenica, nel circondario dell'allora Monteleone e nei pressi di Caraffa di Catanzaro.
 
Tale qualità delle produzioni catanzaresi era prodotta da rigide norme, a tutela dei compra­tori ma anche delle corporazioni, le quali rego­lamentavano e definivano il lavoro e le remunerazioni, così come la produzione e i relativi prezzi per la vendita dei tessuti, sottoponendo­li a prassi di lavorazione minutamente prescrit­te e testimoniate dai Capitoli dell'Arte della Seta istituiti, con diploma di Carlo V, il 30 marzo 1519. Catanzaro nasce e cresce, quindi, grazie all'arte della seta: i suoi quartieri si formarono intorno a comunità di commercianti, tessitori, tintori, dando presto vita a un vivace fermento commerciale e soprattutto culturale (fiorirono le corporazioni, le pie confraternite laicali, gli scambi con il resto d'Italia e d'Europa). Oltre agli artigiani locali, c'erano i greci (abili tessito­ri), gli ebrei (rinomati tintori) e i latini (rappre­sentati da due colonie di commercianti amalfi­tani e siciliani) che si organizzarono e diressero essi stessi delle botteghe dove la seta veniva filata, torta, tinta, tessuta e poi esportata. La seta catanzarese era richiestissima anche all'estero e molto note erano, sin dal '500, le fiere che ogni anno si svolgevano in tutta la città, come quella della SS. Annunziata al largo di Santa Chiara alla quale partecipavano molti mercanti provenienti da tutta Italia, soprattutto i Veneziani. In particolare i damaschi erano il vanto della produzione dei tessitori catanzaresi e fino agli inizi del Novecento i più famosi e pregiati provenivano dalle manifatture della famiglie De Siena e Bianchi.
 
Per virtù dei bandi del 1569 e quelli del 1648, il Consolato della Seta stabilì il numero delle portate, cioè il numero dei fili dell'ordito: per i damaschi 90 portate di venti fili ciascuna; per i damaschelli 45 portate. Da ciò si deduce che un normale damasco di seta pura era realizzato da 7.600 fili che ne costi­tuivano l'ordito. Da ciò il grosso spessore e la pesantezza che caratterizzavano queste pregia­te stoffe. Nel periodo rinascimentale e barocco le manifatture tessili cittadine conobbero il massimo splendore e molti dei preziosissimi tessuti vennero impiegati nella confezione di arredi sacri o nel rivestimento di reliquiari. I maggiori committenti, infatti, erano proprio le istituzioni ecclesiastiche, ma anche i nobili. Non bisogna dimenticare, però, che di pari passo all'arte serica si sviluppò anche quella del ricamo a cui diedero un forte contributo gli ordini religiosi femminili presenti in città, in particolare le Monache Domenicane del con­vento di S. Caterina da Siena o di S. Rocco e le Monache Cappuccine Francescane del convento di S. Maria della Stella, che nel tempo riusciro­no a creare autentiche opere d'arte. Ogni ricamo era eseguito con diversi materiali policromi (seta, cordoncini, nastrini, passamanerie, fili d'oro e d'argento, perle, lustrini) e tecniche differenti. La crescita della tessitura serica fino alla fine degli anni '60 del Settecento è attestata a Milano così come in Sicilia, mentre tra i pochi casi di declino si possono citare Napoli insieme a Lucca e Catanzaro; quest'ultima nel panorama italiano si attesta con un numero di 500 telai agli inizi del XVI secolo, con un incremento di 5-6.000 unità nel XVII secolo, per arrivare al XVIII secolo con un numero di 800 unità. 
 
Testo Arch. Oreste Sergi
 
* Tratto da Catanzaro: Gli antichi mestieri. L’arte della seta, in Enciclopedia dei Comuni della Calabria, I volume - Provincia di Catanzaro,  a cura di Donatella Guido, Ed. Chelone, Cosenza 2003, pp. 30-32.
 
 

LA CITTA' DEL PONTE  (torna sù)

Il viadotto "Bisantis" fu realizzato nel 1962 dall'Arch. Riccardo Morandi (l’impresa costruttrice fu la Sogene di Roma). Il ponte di Catanzaro è il secondo al mondo per ampiezza di luce dell'arco anche se per molti anni è stato il più grande d'Europa per l’ampiezza dell'arcata. Questi alcuni dati tecnici che ne esaltano la grandezza dell’opera: ampiezza d'arco (luce) mt 231; altezza da fondo valle mt 110; lunghezza sede stradale mt 468,45. L'arco, costituito da due semiarchi indipendenti, ha una struttura scatolare larga in chiave 10,50 m e alla base 25 m. Il manufatto in cemento armato, per le dimensioni e per le caratteristiche, è un vero e proprio monumento di ingegneria e di architettura tanto da essere diventato un simbolo della città. E tra i più famosi elementi identificativi della Calabria nel mondo.
 
 

CATANZARO CITTA' FORTEZZA  (torna sù)

Scriveva il D'Amato: "...Entrò vittorioso Roberto (Il Guiscardo ndr) ­ anno 1055 - si fè giurare homaggio e conoscendo, che il dominio della Calabria dipendeva assolutamente dall'assicurarsi di questa Piazza, sì per esser in sito naturalmente inespugnabile, come per star situata nel centro della Provincia, per dove con facilità si può tramandar a gli altri luoghi soccorso in tempo di guerra, vi fondò un fortissimo Castello in quell'estremo della Città, sopra un masso di scoglio al di fuori tagliato, con torri e bastioni sì bene intesi, che alla fortezza sua naturale congiunti, lo resero sicuri di batteria e di scalate...".  
 
Catanzaro era racchiusa da una cinta muraria di circa tre miglia e fino al 1805 era ancora intatta. Era una città fortezza dotata, di torri, bastioni e porte civiche. Da Porta Marina fino alla fonte di Tubolo (nella zona della Vallotta) vi erano 4 torri di guardia (3 bastioni secondo il D’Amato). Mentre il rione Palmenta, o Parmenta o Paulino che si estendeva da Tubolo fino alla valle del Giglione era fortificato da trincee. A Montecorvino (Santa Maria de Figulis), si trovava il Baluardo dei Palmeti, mentre un altro si trovava nella zona della chiesa di San Nicola di Morano o delle Donne. A guardia della valle del Musofalo o Conaci, vi era la torretta di Cerausto o della marchesa. Dal Cerausto in poi vi erano 8 bastioni e tre torri, di cui una nell’ultimo dipartimento detta Torre Rossa, forse per il toponimo del quartiere di Terra Rossa. Dalla torretta (che si trovava sulla strada nazionale in corrispondenza della discesa di Monaco, ed è stata coperta nel riempimento operato per la piazza e la relativa via. I resti della stessa, giacciono, tutt’oggi, sepolti sotto l’asfalto) fino al Castello vi erano la porta di San Giovanni o Castellana con l’adiacente fosso rivellino e ponte levatoio (nei pressi dell’odierna piazza Matteotti) e la porta del Gallinaio. Dal quartiere Paradiso, oggi case Arse, fino alla porta di Pratica o di Prattica o di San Leonardo (in quanto nei pressi si trovava l’antico convento omonimo) vi era il bastione di San Nicola Coracitano. Seguiva poi il quartiere Malacinadi fino alla porta Marina in questa zona vi erano 6 bastioni e più torri. Un’ultima torre di guardia, era la Cavallara sopra l’abitato della Marina. Insomma, Catanzaro aveva un impianto difensivo complesso, come tutte le città medioevali. Ancora sono visibili  la porta di Sant’Agostino o Portella, sita sotto il costone di roccia su cui è posto il convento omonimo, oggi ospedale civile in disuso, e nonostante tutto, è in discrete condizioni per quanto riguarda la muratura. Invece, in condizioni pessime si trova la chiesetta di Santa Maria della Portella, che aveva la duplice funzione di luogo di culto e di postazione di guardia, in pratica, in caso di pericolo veniva suonata la campana, oppure, suonandola ad una data ora si avvertiva la popolazione della chiusura delle porte civiche. Il tetto è inesistente.Tuttavia, oltre all’antica porta civica, è ancora visibile il sentiero che sale dalla valle del Conaci o Musofalo. L’altra porta, con annessa chiesa, è quella di  Stratò ( il toponimo dal greco significa falso, occulto, oppure potrebbe derivare dal nome di un magistrato, tale Straticò). La stessa, sita sotto viale De Normanni, nei pressi del palazzo Sanguedolce purtroppo è seriamente compromessa nella struttura muraria. La parte destra della chiesetta è crollata assieme al piccolo campanile pochi anni fà, all’interno, è ancora visibile l’altarolo in stucco con la piccola pala d’altare affrescata, raffigurante la Sacra famiglia della Madonna (S. Gioacchino, S. Anna e la Madonna ), inoltre, ancora leggibile è la piccola icona sovrastante la porta d’ingresso raffigurante sempre la Vergine Maria. La porta civica d’accesso con l’arco a sesto acuto è crollata solo pochi anni fa. Anche in questo caso, è ancora praticabile il sentiero che scende a valle, e conduce fino alla fonte dell’acqua Bona, in questa zona dovrebbe trovarsi secondo una leggenda locale il giardino di Lencriste mitica moglie di Cattaro (uno dei capitati della milizia bizantina che condusse gli abitanti di Scolacium sui Tre Colli) con la sorgente omonima.
 

I VICERE'  (torna sù)

Tra le figure si spicco che si possono annoverare tra i Catanzaresi di origine o di adozione ci sono certamente i Conti Ruffo, uno dei casati tra i più nobili d’Europa. La famiglia Ruffo aveva il diritto di intitolare i propri diplomi con la formula “DEI GRATIA COMES CATANZARII” (ossia per "Grazia di Dio Conti di Catanzaro") ed ebbe, tra i tanti uomini illustri, anche due Vicerè.  
Pietro I Ruffo (nato nel 1188 - assassinato a Terracina 1257), I° Conte di Catanzaro. Fu il primo dei Ruffo ad arrivare alla corte dell'Imperatore Federico prima del 1223. Documenti noti lo segnalano combattente in Lombardia prima del 1235 e già in posizione d’elevato prestigio. Altri documenti lo portano viceré in Sicilia nel 1235 e di nuovo nel 1239, dopo suo genero Guglielmo di Borrello, marito di sua figlia Adriana. In tale carica rimase sino al 1242. Nel 1243 fu nominato Imperialis Marescallae Magister. Nel 1249 Federico II gli affidò la tutela del suo giovanissimo  figlio  Enrico, che  da allora  visse  con Pietro I. Alla morte dell'Imperatore Federico II, Pietro I Ruffo di Calabria era Marescallus totius regni siciliae,  balio d’Enrico e come tale vice balio di Sicilia e Calabria. Il successore di Federico II, l'erede al trono dell'Impero, Corrado IV, confermò Pietro I Ruffo, conte di Catanzaro, viceré di Calabria e Sicilia. In tale veste di viceré, dopo l'improvvisa morte di Corrado IV, avvenuta nel maggio del 1254, Pietro I difese le volontà testamentarie di Federico II contro Manfredi e contro il Papa, sostenendo la legittima successione di Corradino, figlio di Corrado IV.  I suoi feudi furono confiscati il 2-2-1256. Morì assassinato da un sicario di Manfredi nel gennaio del 1257.
Nicola (* 1359/1362 + in Calabria 1434), VI Conte di Catanzaro, I Marchese di Cotrone dal 18-10-1390, Signore di Lubianco, Mesuraca, Simari, Torre della Marina, Rocca Bernarda, Briatico, Calvello, Altavilla, Strongoli, Martorano, Scillone, San Motta Grimalda, Lucido, e Satriano (questi due ultimi feudi gli furono dati dopo la  confisca effettuata alla cugina Giovanna Ruffo e confermati con il resto nel 1400); Vicerè di Calabria nel 1384, Barone di Barbaro, Cropani e Zagarise dal 1429, feudi comprati da Antonia Sersale vedova di Artusio Pappacoda.

 

GIANGURGOLO, LA MASCHERA TIPICA DI CATANZARO  (torna sù)

Ecco apparire per la prima volta nei vicoli di Catanzaro la maschera satirica di Giangurgolo; il suo personaggio di maschera - soldato gira in questi anni i teatri di tutta Italia, ed Ottavio Sacco ne è il più grande interprete. Nelle varie rappresentazioni compare come un personaggio mutevole nell'aspetto, rivestendo il ruolo di spaccone, tronfio e vanaglorioso e definito "abile più di lingua che di spada"; vigliacco ma dal cuore nobile, ed in alcune occasioni anche vittima dell'altrui scaltrezza. Ecco cosa si racconta nelle scene: "era il 24 giugno 1596. Nel convento delle Suore di Santa Maria della Stella di Catanzaro nasce il personaggio Giangurgolo, ancora bambino ma che diverrà la maschera tipica della tradizione catanzarese. Il suo nome deriva da Giovanni, in onore del Santo del giorno del suo ritrovamento. Trascorre la sua infanzia presso il Convento dei Cappuccini del Monte dei Morti, dove un Padre, oltre all'educazione, tramanda al giovane anche l'abitudine della caccia. È proprio in una battuta che inizia la sua storia: nei boschi Giovanni cerca di salvare uno spagnolo che era stato aggredito e ferito da briganti; lo spagnolo riceve da lui tutte le cure possibili, ma spira, e fa di Giovanni il suo erede, consegnandogli le sue ricchezze ed una lettera che contiene il modo per salvare Catanzaro. Da questo momento, in onore del nobile spagnolo, Giovanni tramuta il suo nome in Alonso Pedro Juan Gurgolos (Giangurgolo). Egli inizia una sua personale lotta contro l'occupazione spagnola che in quegli anni si abbatteva su Catanzaro: Giangurgolo studia bene la strategia, organizzandosi con un carrozzone da teatro col quale, insieme ad alcuni suoi amici, propone spettacoli satirico - politici incitando alla rivolta il popolo catanzarese. Questo piano però fallisce quando le sue intenzioni vengono alla luce, e Giangurgolo viene condannato a morte. La scoperta delle sue origini nobili gli salva però la vita, costringendolo in ogni caso a rifugiarsi in Spagna. La sua permanenza in quei luoghi a lui estranei non dura a lungo, ed egli torna nella sua terra d'origine, dove la peste aveva colpito tutta la città. Al suo ritorno egli riesce a ritrovare il suo amico di teatro Marco, anch'esso malato, e per un abbraccio tra i due la peste viene trasmessa anche a Giangurgolo. La sua morte chiude il sipario della rappresentazione".
 
Giangurgolo maschera di Calabria, Vittorio Sorrenti - Casa editrice Pubblisfera, 1993
 
 
 

L'ISTMO DI CATANZARO    (torna sù)
L'istmo di Catanzaro è il punto più stretto d’Italia, largo circa 30 chilometri si trova in corrispondenza della depressione tra le estreme appendici meridionali dell'Appennino calabro e la parte settentrionale delle Serre. La valle tra le due catene montuose è larga circa 2 chilometri nel punto più stretto e si allarga in corrispondenza della piana di Sant'Eufemia ad ovest e della valle del Corace ad est, per poi terminare sulle rispettive coste. A sud di Marcellinara si trova l'omonima "Sella" che è il punto più basso e più stretto dell'Appennino calabro (250 metri).
Dalle alture settentrionali dell'Appennino calabro, in alcune zone dei comuni di Tiriolo, Marcellinara e Catanzaro, è possibile avere una vista panoramica contemporaneamente del mar Ionio e del mar Tirreno. L'istmo è attraversato da due fiumi a carattere torrentizio, l'Amato ed il Corace. Entrambi hanno origine dalla Sila Piccola; dopo aver percorso un tratto parallelo, separati da due chilometri circa, si allontanano in prossimità delle alture di Gimigliano scendendo lungo le valli, l'Amato in direzione ovest verso il mar Tirreno e il Corace in direzione est verso il mar Ionio.
Durante il periodo romano la rivolta degli schiavi capeggiati dal gladiatore Spartaco il generale Crasso, per bloccare la loro avanzata e impedire l'arrivo di rifornimenti, decise di fortificare l'area dell'istmo con un vero e proprio muro, tagliando la Calabria in due parti. 
Mentre durante il periodo fascista furono fatte varie proposte per la creazione di un canale artificiale navigabile che unisse lo Ionio al Tirreno.


LA MATEMATICA NON E' UN'OPINIONE    (torna sù)
“La matematica non è un’opinione” è una frase detta per la prima volta dal catanzarese Bernardino Grimaldi. Era l’anno 1879 quando il Ministro delle Finanze e del Tesoro del secondo governo Cairoli, dovette affrontare la spinosa questione riguardante l'abolizione della tassa sul macinato, un dazio impopolare introdotto dieci anni prima e che il governo Cairoli avrebbe voluto eliminare. Bermardino Grimaldi riteneva che questa abolizione avrebbe creato un problema di bilancio. La sua visione rigorosa non era però condivisa da una parte dei membri del Governo, che preferivano procedere all'abolizione della tassa, anche per garantirsi maggior consenso. La polemica portò infine alla caduta dell'esecutivo. 
Dopo la caduta del governo, il 25 novembre 1879 Cairoli ebbe mandato di costituire il nuovo esecutivo (il Cairoli ter). Bernardino Grimaldi rifiutò di farne parte e quando, il 27 novembre, il primo ministro attribuí il rifiuto a divergenze d'opinione fra lui e l'ex ministro delle finanze, Grimaldi rispose seccamente: “l'aritmetica non è un'opinione”.

 

RACHELE e SAVERIO come GIULIETTA e ROMEO    (torna sù)

Correva l’anno 1822, agli esordi di un’epoca che avrebbe portato grandi cambiamenti nella penisola italiana. Anche la città di Catanzaro viveva intensamente questo periodo di transizione. Archiviati i secoli d’oro regalati dall’arte della seta, smorzati gli echi della rivoluzione partenopea, in molte coscienze cominciava a farsi strada l’idea di un’Italia finalmente unita. Ne erano prova i tanti catanzaresi che avevano aderito alla carboneria, alcuni dei quali finiti sul patibolo al grido di “Viva l’Italia”! In quella Catanzaro ottocentesca, ancora racchiusa nella sua cinta muraria medievale, vivevano due tra le più antiche ed aristocratiche famiglie: i De Nobili ed i Marincola, con i rispettivi capifamiglia acerrimi nemici fra loro, da sempre contrapposti da interessi economici e faziosità politiche. Favorito dai brevi incontri occasionali fra i palchi del teatro o in chiesa durante le funzioni, volle il destino che tra i due rampolli di queste titolate casate, Saverio Marincola e Rachele De Nobili, scoppiasse un potentissimo amore. Le bellissime lettere scritte da Saverio alla sua amabile signorina, e quelle piene di romanticismo con le quali Rachele gli rispondeva dandogli un contegnoso mio caro amico, furono fortunatamente ritrovate e conservate da Filippo De Nobili, pronipote di Rachele, grandissimo uomo di cultura cui è intitolata la biblioteca comunale. Si narra che il giovane ed aitante Saverio tutte le sere corresse da casa sua, nei pressi della cattedrale, fino al palazzo di Rachele, oggi sede del Municipio, e, per farsi riconoscere ed indurre la fanciulla ad affacciarsi al balcone, avesse ferrato il suo cavallo con zoccoli d’argento che davano, pertanto, un rumore particolare. Ma in breve tempo, lo strano scalpiccio aveva attirato l’attenzione dei fratelli di Rachele che, venuti a conoscenza della per loro assolutamente impossibile relazione, avevano deciso di intervenire risolutamente. Perciò, la sera del 5 novembre 1822, al sopraggiungere di Saverio, uscirono con fare minaccioso dal portone del palazzo, sparando anche qualche colpo di fucile in aria ed intimando al giovane malcapitato di lasciar perdere la loro sorella. La quale, pur severamente redarguita e costretta a stare rinchiusa nella sua camera, riuscì la mattina seguente a mandare, tramite la sua fedele balia, un’ultima accorata missiva a Saverio, pregandolo di stare attento e di non uscire di casa. Ma il giovane non se ne dette per inteso ed il giorno dopo ancora, 7 novembre, ugualmente si recò a cavallo fuori città per badare ai contadini che lavoravano nella tenuta agricola della famiglia. Sul far della sera, mentre si accingeva a rientrare, fu affrontato da tre uomini armati che lo ferirono mortalmente mentre tentava la fuga. La polizia borbonica non tardò molto ad accusare dell’omicidio, che fece molto scalpore in città, i tre fratelli De Nobili, i quali, per evitare il peggio, si portarono rapidamente sulla costa jonica da dove presero il mare per andare in esilio in Grecia, sull’isola di Corfù. Il processo, celebrato in loro contumacia, nonostante la bellissima ed accorata arringa del giovane e valente avvocato difensore, il catanzarese Giuseppe Poerio, figlio di Raffaele, eroico partecipante alla rivoluzione partenopea del 1799, non poteva che concludersi con una pesante condanna: pena capitale per i due fratelli maggiori, Cesare e Domenico e venti anni di carcere duro per Antonio, in quanto minorenne. Ma la storia non finisce qui giacché, molti anni dopo, Cesare De Nobili, nel tentativo di ottenere uno sconto di pena, fece una soffiata al governo borbonico, rivelando che dall’isola di Corfù stava per muovere alla volta della Calabria una spedizione rivoluzionaria, comandata dai famosi fratelli Bandiera. Sicché, quando gli insorti presero terra presso la foce del fiume Neto, poco lontano da Crotone, la polizia borbonica era già sulle loro tracce e, dopo un breve inseguimento fra i monti della Sila, li catturò ed è ben nota la loro tragica fine nel vallone di Rovito, presso Cosenza, il 25 luglio 1844. Ma, ci si chiederà, che ne fu di Rachele? Nell’ultima lettera aveva scritto: Ti amerò finché avrò vita, e così fu. Poco tempo dopo la morte del suo grande amore, uscì in carrozza accompagnata da uno zio e si fece portare fino a Pizzo, dove prese un veliero diretto a Napoli. Lì volle entrare nel Convento delle Sepolte vive: dietro di lei la pesante porta del monastero si chiudeva, come pietra tombale, sulla sua vita finita a vent’anni! Ma sono in molti a pensare che il suo spirito sia rimasto ancora a vagare tra le stanze, i corridoi ed i balconi di palazzo De Nobili, dove tanti, fra custodi, guardie giurate e addetti alle pulizie degli uffici del comune, giurano di udire, nel silenzio della notte, rumori di passi, seggiole spostate e porte rinchiuse!