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La "Catanzaro" preistorica
"Catanzaro" Paleolitica
"Catanzaro" Neolitica Protostoria. L'età dei Metalli 
La Fondazione Leggendaria
Da Scolacium a Catanzaro
I Bizantini e gli Arabi
Il Nome
I Normanni
Gli Aragonesi
Carlo V e l'assedio del 1528
I Borboni
Il breve periodo napoleonico
Il Risorgimento
Il Novecento


 


La "Catanzaro" preistorica  (torna sù)

Catanzaro occupando l'area geografica strategicamente più importante della Regione e dell'intero Meridione, visto che si trovava nel cuore del Mediterraneo sulle rotte oriente - occidente,  fu abitata sin dall'apparire dell'uomo sulla terra. Nel periodo preistorico, Catanzaro come entità urbana così come la intendiamo oggi non esisteva, ma il suo territorio fu caratterizzato da insediamenti abitativi preistorici. Collocati non solo sul Triavonà ma soprattutto tra Gagliano e la valle del Corace (il mitico fiume Crotalo).

 

"Catanzaro" Paleolitica (600.000-20.000 a.C.)  (torna sù)

I Paleontologi hanno rilevato insediamenti umani nell'area catanzarese sin dal remotissimo Paleolitico Inferiore (600.000-120.000 a.c.) Lo dimostra il ritrovamento in contrada Pirivoli (zona nord di Catanzaro-Gagliano) di un'ascia amigdala, e di alcune Grotte-Ricovero esistenti nella stessa zona. L'ascia amigdala è il simbolo per eccellenza della presenza umana nel paleolitico inferiore; era a forma di mandorla (amigdala) e ricavata da ciottoli scheggiati da ogni lato mediante percussioni (Teti, "Calabria ed italia"). Altra stazione paleolitica di notevole importanza è il Pelleno, oggi torrente Alessi, nei pressi di Squillace. Esso sbocca a pochi chilometri dal Corace ed è facilmente raggiungibile dalla località di Pirivoli. Si nota quindi sin dal remotissimo Paleolitico un asse Jonio-Sila che sarà una costante nei millenni successivi. Per il Paleolitico medio (120.000-20.000 a.c.) il De Siena (la ricerca è del '73) non documenta reperti particolarmente importanti, ma siamo sicuri che indagini più attente non dovrebbero deludere. La natura come la storia non fa salti. Altre importanti tracce dell'antichissima “Catanzaro” paleolitica risalgono invece al Paleolitico Superiore (20.000 a.c.). Si tratta della famosa grotta di Cavorà poco fuori dall’abitato di Catanzaro a 50 metri di altezza su Corace, con le sue incisioni ancora tutte da studiare. In essa è stata ritrovata una lastra con un incisione stilizzata, che, secondo lo studioso Enzo Gatti, raffigurerebbe un uomo con arco. Questa epoca si caratterizza per l'industria microlitica e appunto per le incisioni rupestri. E' di questo periodo la comparsa dell'Homo sapiens.

 

 "Catanzaro" Neolitica   (torna sù)

La “Catanzaro” Neolitica diviene il centro più importante della Calabria è di tutto il meridione d'Italia grazie alla felice posizione geografica e al sorgere di un'avanzata e prospera industria litica e microlitica.

-  Industria: L'uomo neolitico catanzarese impara a lavorare meglio la pietra riuscendo a costruire asce levigate meno pesanti, legandole a manici di legno. Alle asce levigate si accompagnano il coltello, la cuspide, la freccia con le alette di volo, le mazze etc. In tutto il Mediterraneo non si usa più una pietra qualsiasi quale materia prima, ma si ricercano le selci, la diaspro, e, sopratutto, l'ossidiana delle Eolie nonché la "pietra verde di Calabria" di cui la Valle del Corace è ricchissima. Da qui il crescente primato dell'industria locale della città. Il Lovisato afferma che "l'uomo preistorico ebbe le sue principali officine litiche nell'istmo catanzarese a partire dalle falde del colosso silano" (Lovisato, "Sopra alcuni Oggetti"; Topa, Civiltà primitive della Brettia"). Gli abbondanti reperti neolitici catanzaresi ne sono un'inequivocabile riprova. Una stazione litica sembra essere indicata dal ritrovamento, sulla strada Catanzaro - Squillace, di un complesso di oggetti e manufatti di altissimo valore (Gagliardi, "Calabria Archeologica"). Un altro ritrovamento a Pirivoli di particolari reperti litici quali picconi, raschiatoi di vario tipo e misura, accette, scorcettatoi, vomeri (notevole il vomere in pietra custodito presso il Museo Provinciale) ci consente di poter parlare della presenza anche a Catanzaro di un importante aspetto culturale del periodo, e cioè precisamente della "Civiltà Campignana" (da Campigny - Francia). L'insediamento-fortezza di Pirivoli si conferma, così come lo era stato nel Paleolitico, importantissimo anche in quest'epoca, essendo posto all'incrocio tra l'asse est-ovest istmico e quello nord-sud Corace - Crati. Non solo Catanzaro, ma tutta l'area centrale della Calabria, da Chiaravalle a Squillace, passando per Cardinale e Monterosso, si conferma ricchissima di produzione litica. Per cui si può parlare di un vero e proprio distretto industriale ante litteram.
 

- Commerci: E' di questo periodo il primo boom economico e commerciale di “Catanzaro”. Con l'invenzione del remo e della vela si attivano infatti i primi commerci marittimi ed è certificato che navi catanzaresi partivano dalla foce del Corace per giungere sino alla lontana costa abruzzese dove sorgeva Valdiaspro, unanimemente considerata la capitale dell'Italia Neolitica (Maiuri, "Arte e civiltà dell'Italia Antica"). Qui sono abbondanti le tracce dell'ossidiana Eolica e della Pietra verde di Calabria. Queste due pietre, come detto, erano le più importanti materie prime dell'industria litica del tempo. Se l'ossidiana fece la fortuna delle siciliane Eolie, la pietra verde risultò analogamente importante per Catanzaro, di cui era grande produttrice ed esportatrice (zone Petrusa - Gimigliano). Numerosi studiosi di chiara fama sostengono l'esistenza di scambi commerciali tra l'istmo catanzarese e la costa adriatica (Maiuri, Gambi, Furon). Navi ricolme di pietra verde ed utensili di varia foggia (accette, lame, seghe, punteruoli, raschietti, oggetti artistici e ornamentali con conchiglie e denti di animali) salpavano dal Corace per approdare sui lidi adriatici. Lo stesso commercio dell'ossidiana siciliana verso est passava per Catanzaro, dovendo seguire la naturale, pressoché forzata direttrice Eolie-Istmo-Corace-Costa Adriatica (ben documentata dal Gambi), che così assumeva rilievo continentale (Lucio Gambi, "Le isole eolie"). Più tardi con il sorgere dell'industria cuprica dell'Almeria (Spagna), la stessa direttrice fu adoperata anche nel senso inverso est-ovest, quale rotta commerciale egeo-cretese verso la penisola iberica (Ravasini, "La preistoria della Calabria"). L'istmo era preferito allo stretto di Messina in quanto quest'ultimo era infido e pericoloso per via dei frequenti naufragi. Il commercio catanzarese ne trasse ulteriore vantaggio divenendo snodo cruciale dei traffici tra oriente e occidente, e divenendo tappa obbligata della nascente via del rame. Ne sono testimonianza i numerosi reperti orientali rinvenuti sul territorio, primo fra tutti (in località Triparni) un'azzina in glaucofano, materiale tipico dell'isola di Syra. E' assodato che i litici catanzaresi intrattenessero scambi con l'Egeo e con tutte le regioni mediterranee circostanti. A Pirivoli sono presenti utensili fabbricati con pietre provenienti da tutto il bacino mediterraneo. L'area catanzarese compresa tra le fortezze di Pirivoli e di Petrusa vide quindi aumentare vertiginosamente il suo benessere economico (analogamente alla Catanzaro rinascimentale dell'industria serica), perché aggiunse alla sua economia agricola e pastorale la produzione e il commercio della pietra verde, e in seconda battuta arrivando a controllare le carovane che trasportavano l'ossidiana dalle Eolie e i manufatti cretesi dall'oriente.
Se Valdiaspro fu chiamata la capitale dell'Italia Neolitica, molti studiosi concordano nel definire l'antica “Catanzaro” la città più importante dello stesso periodo. - Insediamenti e principali reperti. Dopo aver detto dell'industria e dei commerci che fecero di “Catanzaro” centro tra i più importanti (se non il principale) del meridione neolitico.

La "città neolitica" catanzarese non era molto difforme da quella "odierna". Le caratteristiche orografiche di un territorio fortemente frastagliato (colli, valli, speroni, dirupi scoscesi ed inaccessibili) che alla Sila si protende verso lo Jonio ne disegnano i contorni, allora come oggi. Siamo di fronte ad una città policentrica con i colli di Petrusa, Pirivoli, Pozzo, Fontanelle, Mater Domini, Ianò, Trivonà a fare da corona alle valli del Corace, dell'Alli, e del Massente (oggi Fiumarella) fino agli insediamenti costieri della Palepoli o Crotalla, passando per Tolo il sito sino a dove il Corace era navigabile. Una distribuzione molto simile a quella dei colli capitolini e alla valle tiburtina della Roma nascente. Se oggi il centro nevralgico della città è il colle del Trivonà, nel neolitico lo era quello di Petrusa. Petrusa sorgeva nella zona nord di Catanzaro, nel quartiere di Gagliano. Raccoglie il testimone di Pirivoli, la capitale del paleolitico, di lì poco distante. A Petrusa sono rimasti in piedi dei muri a secco che ne facevano un vero e proprio castelliere-fortezza a difesa degli attacchi nemici, simile alle mura di difesa pre-etrusche di Preneste e Populonia. Strade strette si snodano tra tombe e fondi di case (quadrangolari, circolari, ellittiche) fino ad arrivare ad un collina suddivisa in piccoli Quartieri-Terrazza. Verso la sommità della collina incontriamo una grotta, e un gran masso recante l'incisione di una figura umana stilizzata. Ancora più su, tre tombe ad arco, e alla sommità della collina una vera e propria Necropoli recintata da muri a secco; all'interno delle mura invece sono state scoperte delle nicchie.  Scendendo a nord, si incontrano ancora tombe che sorprendono per la perfetta forma ad arco. Queste tombe diventano numerosissime verso ovest. Presso il Museo provinciale vi sono custoditi oggetti in terracotta rinvenuti nei sarcofaghi. Sempre nella zona a nord della collina si incontra un opera d'arte forse unica: uno Spremitoio a pressa su piano circolare con relativa vasca di decantazione. Verso località Pozzo una tomba a casetta ben conservata tipica dell'Ellade.  Petrusa sorse originariamente su un luogo sassoso, così come ogni antichissimo insediamento organizzato. Perse presto il suo carattere pacifico a causa dell'acuirsi dello spirito bellicoso provocato da contrasti per occupazioni di terre e crisi economiche, scorrerie, invasioni. Ebbe però una posizione invidiabile grazie alla quale dominò il nodo viario più importante della Calabria.  La “Catanzaro” neolitica fu inizialmente di tipo agricolo e pastorale, lo sfruttamento e la commercializzazione della famosa "pietra verde di Calabria" - di cui era la pressoché unica detentrice - la differenziò velocemente dagli altri centri preistorici. Divenne centro industriale ed emporio continentale a contatto con genti orientali, occidentali e nordiche, che introdussero a “Catanzaro” i loro usi e costumi. Ne sono una prova il ritrovamento di nuove forme di tomba a cupola, a fossa e a grotticella. Queste, in particolare. erano sempre accompagnate da buche semisferiche di tipo rituale, tipiche dell'isola di Malta. In questo periodo (tardo neolitico-età dei metalli) il Castelliere di Petrusa si trasforma in una vera e propria "Oppida" con i "pagi" (cittàfortezza satellite) di Pirricagno, Petruso e Petra Gnazia (zona Mater Domini). L'evoluzione era stata resa necessaria dalla scoperta a Gimigliano Inferiore di cospicue miniere di rame (metallo di riferimento nel tardo e ultimo neolitico) e di quelle di argento nel Massente (Fiumarella).

Gnolfo afferma che tali scoperte aumentarono  considerevolmente i traffici sull'istmo e sullo Jonio (Gnolfo, "Soverato"). E scatenarono furibonde lotte e terribili pericoli per la città. Da qui l'ulteriore esigenza di fortificazione (con mura di 2 mt e oltre di spessore) del sito per dare maggiore sicurezza ai propri commercianti e uomini politici.

 

Protostoria. L'età dei Metalli (10.000-2.000 a.C.)  (torna sù)

- Industria e commerci - Catanzaro è già un centro di prima grandezza in epoca neolitica grazie al proliferare della sua industria litica, basata sulla lavorazione e la commercializzazione della  Pietra verde di Calabria di cui era monopolista. Questo primato si accrebbe nell'epoca dei metalli per via dello sfruttamento delle ricche miniere di rame rinvenute a Gimigliano Inferiore. A Petrusa, la lavorazione del rame è dimostrata dal rinvenimento di una serie di antichissime vaschette (databili tra l'8-7.000 a.c.) atte alla fusione e alla raffinazione del pregiato minerale. Come afferma il Lipinsky, le comunità preistoriche e protostoriche davano molta importanza alle miniere perchè il prezzo del metallo era talmente elevato che il possederne rappresentava un grande beneficio (Lipinsky, "Oro e argento per gli Etruschi"). Per molto tempo il rame rimase il pilastro del'intera economia mediterranea. In seguito, il rame venne sostituito dal metallo più duro  del Bronzo (lega di rame all'85% e stagno al 15%); questo metallo rendeva più efficienti i prodotti metallici e  consentiva la produzione di nuovi oggetti. In particolare, per quanto attiene alla Calabria, gli archeologi sono  concordi nel far partire l'Età del Bronzo tra il III° e il II° millennio a.C. Sono di questa epoca svariati oggetti in bronzo rinvenuti in località Petruso; ma anche le cuspidi, le fibule, gli anelli, le catenelle, i rasoi etc..,  ritrovati in tutto il comprensorio, come a Tiriolo, Crichi, Squillace, Settingiano, Borgia, lungo il Fallaco e il  Corace (Pignatelli, "Introduzione alla Calabria"). Catanzaro, grazie al dominio dell'istmo, e alle sue miniere di  rame, si confermò nodo commerciale nevralgico e passaggio obbligato per i mercati dell'Egeo e quelli iberici (industria cuprica dell'Almeria); ebbe così modo di commercializzare i propri prodotti metalliferi e minerari, rafforzando ancor di più il proprio primato nella regione. Sopratutto i mercanti orientali ricercavano il prezioso minerale del rame. E infatti di lì a poco, prima i Micenei, e poi i Fenici, fondarono dei propri fondaci  sulle rive del Corace. E' in questo periodo che sorge la fama della città di Temesa, quella Temesa che molti scrittori (tra cui Omero e Ovidio) assoceranno alle miniere di rame, e il cui nome in lingua semitica significa per l'appunto "fonderia". L'altra via di comunicazione era la direttrice nord-sud Crati-Corace. Lungo questo asse, Catanzaro intratteneva rapporti con le popolazioni celtiche del nord. Queste si erano particolarmente rese abili nell'arte dei metalli, grazie principalmente alla scoperta delle ricche miniere di stagno della Cornovaglia, e avevano espanso i loro mercati lungo le valli del Reno, del Danubio e in seguito del Po. I celti padani cominciarono a scendere verso il sud per via del clima mite e dei mercati più evoluti che esso offriva. I commerci con i popoli dell'Egeo da un lato, e con quelli celtici dall'altro, diedero una grande prosperità economica alla città. Questa si protrasse fino alla scoppio della guerra di Troia.

- Influenze etniche e nuovi insediamenti - Le popolazioni Neanderthal e Sapiens che abitarono i colli catanzaresi sin dalla remota preistoria furono sostituiti in questo periodo da una prima ondata di genti Ariane. La Catanzaro di questo periodo è infatti abitata da popolazioni Anariane (proto-ariani) o Indoeuropee, che alcuni vogliono chiamare Enotri, altri Ausoni, altri ancora appunto Itale (dal leggendario e mite re Italo che regnava sull'Istmo). Certo è che, essendo posta al centro di vie di grande comunicazione, la nostra città non tardò a subire gli influssi  etnici e culturali di altre popolazioni. Alcune tra queste scesero dal nord verso il 3.000-2.500  a.C. In quest'epoca nell'istmo penetrò infatti una seconda ondata di ariani, gli ariani di tipo latino (proto-latini o latino-siculi), fondamentalmente con un'organizzazione agricolo-pastorale, ma anche con una certa propensione alla navigazione; questi si stabilirono anche nella zona di Locri e nel medio-basso jonio catanzarese (Pareti, "Storia di Roma"; Gnolfo, "Soverato").  Sempre intorno al III° millennio a.C., una nuova consistente migrazione interessò l'istmo, questa volta da oriente. Si tratta della prima colonizzazione ellenica della regione da parte di popolazioni provenienti dall'Egeo. Tuttavia, questa colonizzazione non prevaricò sulla preesistente civiltà ariano-italica, che come abbiamo detto possedeva un elevato grado di organizzazione; anzi, si armonizzò felicemente con quest'ultima, evitando di alterare la naturale compagine etnica del luogo. Ciò fu positivo, perchè apportò notevoli benefici allo sviluppo dell'agricoltura e del commercio (Maiuri, "Arte e civiltà nell'Italia antica"). Significativi riscontri dell'arrivo di popoli egei a Catanzaro sono i monumenti funerari rinvenuti a Pirricagno e a Tolo (sul Corace). Sono due steli funerarie antropomorfe di chiaro influsso miceneo (una di esse, in pietra tufacea, è conservato presso il museo provinciale); nella tradizione micenea, questi steli erano l'espressione monumentale della presenza perenne del defunto presso le generazioni future e spesso sostituiva il defunto nelle tombe vuote. L'eco di antichissimi contatti con l'oriente e il mondo greco-miceneo dell'età eroica si ritrova in vari autori, ad es. Dionigi di Alicarnasso. Ma è Omero a offrire i maggiori spunti. Tra gli studiosi moderni, Martin- Nilson fu uno dei primi a identificare il mondo di Omero con quello miceneo. Ulisse attraversò l'istmo di Catanzaro e ripartì per Itaca dal Corace. Così la Terra dei Feaci regno di Nausicaa e di suo padre Alcinoo (che è facile identificare col mitico Re Italo) è chiaramente da collocarsi nelle prospicenze della valle del Corace (Wolf, Der weg des Odysseus"; nel 6° canto si ha una fotografia incredibilmente fedele del territorio); l'isola di Ogigia di Calypso viene  identificata da recenti studi in una dorsale sommersa di punta Stilo tra Catanzaro e Reggio (Rogliano, "La dorsale"). Sempre da oriente, infine, giunsero popolazioni semitiche ed egizie; utensili e oggetti di varia fattura tipici della civiltà egizia sono state rinvenute alla foce del Corace e lungo tutta la costa  jonica.

 
 

 

La Fondazione Leggendaria  (torna sù)

La storia leggendaria del Capoluogo è collegata a quella di Skilletion, infatti, leggenda vuole, che la città magno greca adagiata a poche centinaia di metri dal quartiere marinaro di Catanzaro, venne fondata da Ulisse (altri ritengono sia stato l'ateniese Menesteo reduce della guerra di Troia).

Per quale motivo? L'Istmo di Catanzaro era ed è il punto più stretto d'Italia, dove i due Golfi: quello di S. Eufemia e quello di Squillace distano poco più di 30 km. Quindi un punto di passaggio quasi obbligato lungo la rotta oriente - occidente. Da qui, secondo diversi studiosi, passò Ulisse, questa era l'omerica "Terra dei Feaci", e al centro dell'Istmo, nella zona dell'antica Teura l'odierna Tiriolo, doveva essere posta la mitica regia di Alcinoo. 

E così, secondo una leggenda, Ulisse fondò nei pressi dell'odierna marina di Catanzaro,  l'antica Skilletion (la romana Scolacium). La città serviva per il controllo della parte jonica dell’istmo (la parte tirrenica era controllata da Terina); pertanto, il centro ebbe all’origine le caratteristiche di un presidio militare, installato agli inizi del VI sec. a.C. Skilletion crebbe tra alterne fortune. Fino al 218-202 a.C. quando si spostò in Calabria, parte della seconda guerra punica nella quale gli italici si schierarono contro Roma, e a fianco di Cartagine. Parte di questa guerra venne combattuta nell'Istmo. Skilletion venne rifondata da Annibale e assunse il nome di  "Castra Hannibalis". E proprio in questa zona che si combattè una delle più grandi battaglie della storia. Nel 207 a .C. a sud di Catanzaro, tra Montepaone e Soverato, si tenne lo scontro finale tra le forze romane, comandate dal console Marco Claudio Marcello e il mitico condottiero dei Cartaginesi, Annibale. In questa sanguinosa battaglia 80mila soldati da entrambe le parti furono trucidati e il campo dello scontro fu delimitato a Nord dal "Tumulus" della valle del Corace, citato da Plinio, Tito Livio e  Plutarco, dove Annibale tese un'imboscata al console Marcello e al console Crispino, che con 40 soldati e 5 littori si erano recati ad esplorare la zona. Proprio qui, Annibale con i suoi uomini aspettò il drappello imperiale uccidendoli. I due consoli furono decapitati, e la testa di Marcello venne inviata al Senato romano. (Oggi a ricordo di questa sanguinosa battaglia si erge ai bordi del vecchio tracciato della statale 106 una colonna in pietra granitica, alta un paio di metri, sulla quale sono scolpite in latino, queste parole: "Romanis victis non domitis. Hannibal Cartaginiensim imperator invictis postremis levibusque proelis, hic habitis Brutium reliquit italiaque abivit". La pianura viene ancora chiamata il "piano sanguinario").  

Dopo un periodo di alterne vicende la città venne rifondata ad opera di Caio Gracco. La Scolacium romana ebbe vita prospera nei secoli seguenti, tanto da avere una fase di notevole monumentalizzazione in età Giulio-Claudia.

Sotto Nerva, nel 96-98 d.C.,  venne fondata una nuova colonia col nome di Minerva Nervia Augusta Scolacium. In età bizantina dette i natali a Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (487-583 d.C.), uno dei grandi autori della grecità tarda, fondatore del Vivarium, centro di studi e di copiatura di antichi testi (definito la prima università d'Europa) nei pressi della foce dell'Alessi e sull'altura di Monte Castello.

Il declino cominciò con la guerra greco-gotica del VI sec. d.C., e si concluse con l’abbandono della città nell’VIII sec. d.C. da parte degli abitanti, che, ripetendo una pratica comune in quell’epoca sul suolo italico, trasferirono il loro insediamento sulle alture circostanti. Una parte diede vita all'odierna Squillace, ma il nucleo principale si spostò prima sullo Zarapotamo (l'odierno quartiere di Santa Maria) e poi sul Triavonà dando vita all'odierna Catanzaro. E furono due condottieri della milizia bizantina, i capitani Cattaro e Zaro, che condussero le popolazioni rivierasche della romana Scolacium.

 

Da Scolacium a Catanzaro  (torna sù)

Gli abitanti di Scolacium a seguito delle numerose incursioni saracene decisero di abbandonare la città litoranea. A guidare il popolo della “Magna Graecia” alla ricerca di una nuova zona dove poter edificare la nuova città, si misero due capitani greci (forse fratelli) Cataro (o Cattaro) e Zaro che condussero gran parte della popolazione di Scolacium prima sullo Zarapotamo, oltre le rive del Crotalo (l’odierno Corace) e poi sul Triavonà.

Lo Zarapotamo era un promontorio non molto alto sopra l’odierno abitato del quartiere di Santa Maria, che oggi mantiene il toponimo “Santa Maria di Zarapoti”. I due condottieri Cataro e Zaro, secondo quanto ci riferisce il D’Amato, si recarono nella capitale dell’Impero, Costantinopoli,  per mostrare all'imperatone Niceforo, il progetto per l’edificazione, e subito dopo sarebbero ripartiti con il Conte di Flagizio verso i lidi della Magna Grecia per fondare nell’813 Rocca di Niceforo. 

Mentre secondo la "Cronica di Catanzaro" di Luise Gariano la città venne fondata il 12 Aprile del 793 e assunse questo nome in onore dei condottieri Cataro e Zaro.

 

I Bizantini e gli Arabi  (torna sù)

Nel 903 viene fatto per la prima volta riferimento a Catanzaro nel "Codice Arabo Siculo" dell'Airaldi in cui si legge che, in quello stesso anno, l'Emiro Aba el Aabass combatté una battaglia sotto le porte della città di Catanzaro, espugnandola e divenendone il signore assieme ad una guarnigione di ben 10.000 uomini. Da questa circostanza si capisce che già ben prima del 903 esisteva Catanzaro. Nel 906 come ricorda Arnulfo nella sua "Cronaca Araba", fecero di Catanzaro un vero e proprio emirato arabo durato decenni. A tal proposito Francesco Antonio Grimandi nei suoi "Annali del Regno di Napoli" ricorda che nel 922, essendo stato ucciso l'emiro Olbek a seguito di una congiura di soldati, venne eletto un nuovo emiro che si fece chiamare "Michael rex sclavorum" e la cerimonia di investitura si celebrò proprio in Catanzaro (che in quel periodo veniva chiamata Qatansar) col rito e secondo le tradizioni arabe. A conferma di ciò ci furono anche dei ritrovamenti di una necropoli saracena nei pressi di palazzo de Nobili segnalata da Marincola Pistoia (Notizie storiche intorno a Catanzaro ed alla Calabria) lo stesso afferma di aver individuato nel 1846 una necropoli nella “strada di S.Chiara” e che, in uno dei sepolcri, furono trovati un anello ed alcune monete con iscrizioni arabe, oggi custodite nel museo provinciale di villa Margherita.

Altre fonti ritengono Catanzaro una città meno datata fondata all'inizio del X secolo secolo, sotto il dominio bizantino. La scelta territoriale fu suggerita dalle continue incursioni saracene, il generale Niceforo II Foca decise per l'edificazione definitiva di una roccaforte collinare a difesa. Il sito scelto, tre colli con due vallate laterali, offriva garanzie idonee. L'origine orientale ha un'importanza fondamentale nella storia della città poiché in virtù di essa si instaurarono rapporti commerciali e culturali con l'est. L'impero bizantino era però prossimo alla fine; giunsero in Calabria i normanni, il loro dominio.

 

Il Nome  (torna sù)

Il nome della città non è riconducibile con certezza ad uno o più fondatori (nello specifico Cataro e Zaro), anche perché l'incrocio delle lingue e dei dialetti, nei secoli, induce a perplessità. 

Inoltre in documenti storici troviamo la denominazione bizantina (X° sec.) “Catafioron" (sul fiorito) e più tardi anche quella latina "Catacium" .

Quindi, due sono le principali correnti di pensiero:

l'una afferma che il nome, composito nasce da due alti esponenti della milizia greca, Cataro e Zaro;

l'altra invece, si rifà a qualcosa che riguarda il luogo di fondazione, e poiché l'antico nome della Fiumarella era Zaro (tant’è che esiste ancora questo toponimo, Zarapoti, ossia Zaro e Potamus, cioè fiume Zaro), Catanzaro potrebbe significare Katà (oltre) lo Zaro, l'insediamento sorto al di là del fiume.

 

I Normanni  (torna sù)

Catanzaro fu occupata e, sotto Roberto il Guiscardo (1059), divenne contea. La città, pur subendo il diverso modo di vivere dei nuovi dominatori, conobbe periodi di fioritura nella vita comunale ed in quella delle arti e dei mestieri; continuava ad essere curata la lavorazione della seta con scambi commerciali sia con le altre regioni d'Italia che con i paesi orientali. Intorno al 1250 l'imperatore Federico II destinò il territorio di Catanzaro a demanio regio, affidandolo in feudo a potenti famiglie della regione (Ruffo, Caraffa, Soriano). La “demanialità" del territorio comunale si rivelò importante per la storia della città, poiché ne determinò le successive scelte politiche.

 

Gli Aragonesi  (torna sù)

Durante la dominazione Aragonese (inizio 1400) Catanzaro visse periodi di trasformazione nella vita economica e sociale, mantenendo comunque efficienti la scuola ed il commercio della seta, le arti ed i mestieri. Il fiscalismo spagnolo era certo pesante, ma gli artigiani della seta - grazie all'antica esperienza ed alla qualità del prodotto noto in Italia e nei paesi europei - continuarono a fornire alla città notevoli scambi commerciali. Risale infatti al 1470 la richiesta da parte dei tessitori francesi di Tours e Lione, indirizzata ai maestri tessitori di Catanzaro affinché gli stessi si recassero in Francia alfine di creare una scuola perfezionata dell'arte serica, istruendo nel contempo i tessitori esistenti in loco. I maestri della seta di Catanzaro accettarono l'invito, portando in altro paese la perfetta tecnica dei broccati, della seta pura, dei velluti, dei tessuti composti. Ancora oggi, nel centro storico della città vi è un quartiere, denominato "Filanda", che sta proprio ad indicare l'ubicazione degli antichi laboratori e delle scuole dove si tesseva e si filava. La Calabria del tempo era divisa in feudi; alcuni feudatari erano fedeli alla Corona, altri le erano contro e trovavano accordi ed intese tra i signori locali al fine di raggiungere una certa indipendenza. In questa visuale va inquadrata la "demanialità" del territorio di Catanzaro.

 

Carlo V e l'assedio del 1528  (torna sù)

Quando l'imperatore Cado V divenne re di Napoli, la città dimostrò con chiarezza la propria fedeltà alla Corona. Non va dimenticato che Carlo V - ultimo sovrano del Sacro Romano Impero - era re di Spagna e di Napoli; figlio di Filippo il Bello e di Giovanna la Pazza, ereditò il regno dell'Imperatore Massimiliano d Asburgo e quello di Ferdinando il Cattolico di Spagna. I possedimenti di Cado V si estendevano anche oltre i confini europei; è famosa la sua frase: "sul mio regno non tramonta mai il sole". Catanzaro si trovò coinvolta nella guerra del 1528, quando il francese Odet de Lautrec - in accordo con alcuni feudatari calabresi - iniziò la campagna per la conquista della Calabria, alleandosi con il romano Simone Tebaldi, conte di Capaccio, nonché con Francesco di Lauria, signore di Cirella ed Aieta (tale alleanza era ovviamente sorta contro l'imperatore Cado V). Nel maggio del 1528 Catanzaro venne assediata; aveva una milizia di 11.000 uomini armati, 6.000 dei quali catanzaresi, 500 spagnoli, il rimanente formato da contingenti inviati dai feudatari fedeli al re. Dopo molte sanguinose battaglie, il 28 agosto di quell'anno le truppe nemiche toglievano l'assedio: Catanzaro aveva vinto. L'imperatore concesse alla città, venendo perciò incontro alle sue necessità economiche ed anche per riconoscenza, il privilegio di "battere moneta"; entrarono così in circolazione due conii, entrambi contrassegnati su di una faccia con la scritta "obsesso cathanzario" e sull'altra "Carolus V Imperator. Certamente la vittoria sui francesi ed i feudatari ribelli portò il nome della città all'ammirazione ed alla stima dell'Italia e dell'Europa; tale fatto certamente comprese Carlo V che definì Catanzaro città "Magnifica et Fidelissima" e concesse alla stessa l'altissimo onore dello stemma imperiale dell'aquila reale con il motto "sanguinis effusione"; il gonfalone della città oggi riporta proprio lo stemma ed il motto imperiale, unitamente ai tre colli. Nel 1535 l'imperatore Carlo V tornando dalla vittoriosa spedizione militare a Tunisi, si recò in Calabria per ringraziare tutti i feudatari fedeli alla Corona ma, soprattutto, per testimoniare a Catanzaro la sua riconoscenza (lo stesso imperatore scrisse, dopo la vittoria nella guerra del 1528," la Calabria era stata conservata, e salvata la città di Napoli"). Il periodo Aragonese (dopo la morte di Carlo V nel 1558) fu contrassegnato da un decadimento della città dovuto sia alla peste che alle conseguenze del terremoto (1638). A tal proposito va ricordato che tutto il territorio calabrese è ad alto rischio sismico; molte opere d'arte, castelli, antiche costruzioni, sono andati perduti a causa degli eventi sismici succedutisi nel tempo. E' per tale motivo che il XVII secolo non riveste particolare importanza nella storia della città.

 

I Borboni  (torna sù)

Nell'anno 1708 Carlo III di Borbone è re di Napoli e di Sicilia; sotto il suo regno ebbe inizio una politica tendente all'abolizione dei feudi e dei feudalismi sfociata poi (1741) nella riforma amministrativa e tributaria. Catanzaro rimaneva demanio regio: nacquero scuole che portarono alla formazione di un ceto di professionisti in genere; in particolare eccelsero gli uomini di legge ed i medici. Il legame con la Spagna era certo e forte, ed in quel periodo si unirono le quattro case borboniche di Spagna, Francia, Napoli - Sicilia e Parma. A partire dal 1751 Catanzaro passa sotto il dominio di Ferdinando di Borbone ( figlio di Cado I. ~' re di Napoli, III di Sicilia). Nel 1777 re Ferdinando dichiarò che non avrebbe più inviato al Papa l'omaggio feudale della chinea" (simbolo di vassallaggio), proclamando in maniera univoca l'indipendenza dello Stato nei confronti di tutti. Catanzaro si avvalse ditale rinnovamento, e ne seguì una fioritura socio – economico - culturale. Purtroppo arrivò il catastrofico terremoto del 1783; se ne conservano eventi e fatti poiché tramandati dalla cultura popolare; i relativi documenti ci sono pervenuti da un'opera: "L’Historia dei fenomeni del terremoto avvenuto nelle Calabrie e nel Valdemone nell'anno i 783', edita dalla Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere di Napoli (1784). Nell'opera si legge, per ciò che riguarda l'abitato di Catanzaro (pag. 465- par. 1259):"... .ma il terremoto cercò d'involverlo nel disastro comune. Fortunatamente ne scampò, ma non rimase esente da danni. Rovinarono alcuni sacri templi, e quelli che non caddero, rimasero gravemente percorsi. Alcune case inabissarono, molte restarono rovinevoli, e moltissime piene di fenditure. I danni ingenti non solo si avvertirono in città; in tutta la provincia si ebbe il riflesso delle devastazioni sulle proprietà e sulla vita delle persone, con conseguente decadimento dell'attività economica e politica. il territorio calabrese era da tempo geograficamente suddiviso in due parti: la "Calabria Citra" (corrispondente alla città di Cosenza ed alla relativa provincia) e la "Calabria Ultra" (relativa ai territori facenti capo a Catanzaro). Tale fatto va tenuto in conto da chi desideri soffermarsi sulla storia del Regno di Napoli e della Calabria.

 

Il breve periodo napoleonico  (torna sù)

Si arriva così al periodo napoleonico; dal 1806 al 1815 i re Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat si insediarono nel Regno di Napoli; il comandante delle truppe francesi, Reynier, arrivò in Calabria alla testa di un poderoso esercito; il 7 luglio 1806 entrava in Catanzaro. La città visse la guerra di occupazione francese con alterne vicende; all'antica fedeltà verso i borboni si opposero i simpatizzanti di Murat (che aveva sposato Carolina, sorella di Napoleone). Lo spirito innovativo portato dalla rivoluzione francese, e per essa da Gioacchino Murat, contribuì a far crescere a Catanzaro - già divenuta sede di università - istanze libertarie e democratiche. Dopo la parentesi del contrastato dominio fran­cese, Catanzaro tornò ai borboni (Francesco I 1825-1830, Ferdinando II 1830-1859, Francesco Il 1859-1860). Nella prima metà dell'800 si ebbero in città espressioni culturali di rilievo; il filosofo Pasquale Galluppi (nato a Tropea), professore di ispirazione kantiana, portò nella scuola e nei circoli letterari il contributo della sua cultura ed erudizione (a lui è intestato il Convitto ubicato in Corso Mazzini). Nel 1830 nasceva il "Teatro Comunale", dove si è svolta, per circa un secolo, attività lirico - concertistica di ottimo livello; si sono alternati sul palcoscenico direttori d'orchestra, cantanti lirici, attori. La bella sede del teatro è stata anche scelta quale punto d'incontro per varie attività culturali, anche non direttamente collegate alla musica. Il teatro, demolito prima della Seconda Guerra Mondiale, sorgeva dove oggi ha sede il Palazzo delle Poste. Nel 1832 un altro forte terremoto scuoteva la Calabria, con tutte le conseguenze allo stesso connesse; dopo circa mezzo secolo la città riviveva i drammi e le privazioni legati ad un forte evento sismico.

 

Il Risorgimento  (torna sù)

I catanzaresi ebbero un ruolo di primo piano nell'unificazione italiana. Catanzaro fu tra le città più importanti della "Carboneria" e della " Giovane Italia" di Mazzini, queste, infatti, ebbero in città ardenti seguaci, mentre fervevano gli studi filosofici (Felice di Tocco, Francesco Acri ed altri). Il 23 marzo del 1848 Carlo Alberto, re di Sardegna, dichiarava guerra all'Austria, ottenendo successi importanti. Il Parlamento Siciliano (13 aprile 1848) dichiarava la propria indipendenza, legandosi alla Federazione Italiana e dissociandosi, nel contempo, dalla dinastia borbonica. La Calabria, che seguiva le vicende politiche nazionali, non restò inattiva: infatti, il 19 maggio si formava a Catanzaro un "Comitato di salute pubblica". Guglielmo Pepe ( nato a Squillace nel 1783), nel frattempo, con 10.000 uomini, era stato inviato da Ferdinando Il in settentrione; passò poi a Venezia per combattere gli austriaci e fù esule a Torino, dove moriva nel 1855. Si spegneva così un uomo dedito alla politica e alla scrittura; veniva meno una figura importante ed anche contraddittoria della vita calabrese (tra i suoi scritti più importanti si ricorda: "Memoria sui mezzi che menano all'italiana indipendenza"). L'Italia si avviava all'unificazione; il 26 agosto del 1860 Giuseppe Garibaldi arrivava in provincia di Catanzaro; il regime borbonico era ormai in frantumi. Restarono dissidi tra moderati e garibaldini; il 26 agosto, con il "plebiscito" Catanzaro nominò pro-dittatori, in nome di Vittorio Emanuele Il, Antonio Greco e Vincenzo Stocco. Siamo all'unità d'Italia (1861): la città segue le sorti politiche della neo-costituita nazione. La vita culturale cittadina, nella metà del 1800, ebbe anche il notevole contributo di Luigi Settembrini (Napoli 1813-1876), patriota letterato; in carcere sotto l'accusa d'essere il fondatore della setta "Figlioli della Giovine Italia", lottò aspramente contro il dominio borbonico; visse molto tempo a Catanzaro (una via prende il suo nome) dove creò, con altri, un movimento letterario - culturale di notevole respiro politico con tendenze al riformismo. Arti e mestieri continuarono; nel 1888 l'Amministrazione Comunale deliberò per l'istituzione di una "Scuola di Arti e Mestieri" (dove si insegnavano le arti della seta, della ceramica, oltre a quelle della falegnameria e della meccanica). Da quest'iniziativa sorse, nel 1907, la "Regia Scuola Industriale".

 

Il Novecento  (torna sù)

Nella prima metà del 1900 la città, seguendo la propria vocazione di centro politico-amministrativo, si è sviluppata economicamente su di un ceto medio, offrendo servizi terziari. Intorno agli anni '20 vi è stata una ripresa economica anche sulle attività connesse all'agricoltura ed al commercio di generi alimentari, con scambi interni ed esteri. La popolazione, nonostante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, negli ultimi 40 anni è più che raddoppiata. Nel 1971, con la creazione degli enti regionali, diviene il Capoluogo amministrativo della Regione, ufficializzando, così, una prerogativa storica della città, che, dalla sua fondazione ai giorni nostri, ha di fatto assunto il ruolo di Capitale della penisola Calabra.