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Basilica dell'Immacolata

Basilica Minore di Maria SS. Immacolata
Già della SS. Trinità o di S. Francesco d’Assisidell’Ordine dei Francescani Minori Conventuali
Aggregata alla Basilica Patriarcale di S. Maria Maggiore in Roma
Anno: 1254 

La Basilica dell’Immacolata rappresenta per i catanzaresi l’edificio più caro alla memoria in quanto si lega indissolubilmente con il culto alla SS. Vergine Immacolata patrona della città. In origine la Madonna era particolarmente venerata dai catanzaresi, sotto il titolo del SS. Rosario, all’interno della omonima chiesa dei PP. Predicatori e dei confrati appartenenti alla quattrocentesca arciconfraternita del SS. Rosario e del SS. Nome di Gesù. Ciò fece sì che la Madonna del Rosario fosse stata eletta, come si desume da molte fonti storiche nonché da quadri ed altre opere d’arte, quale patrona della città. La devozione all’Immacolata si intensifica all’indomani del 1641 quando la città, scampata miracolosamente dalla peste per intercessione della Vergine, emette, nel 1660 con solenne atto pubblico, il voto di difendere a costo del sangue la verità del concepimento Immacolato di Maria, precedendo di due secoli la proclamazione dello stesso dogma. Da allora l’Immacolata, proclamata principale patrona della città, è solennemente festeggiata ogni anno, l’otto dicembre, ed in tale occasione, il sindaco della città accompagnato dalla giunta comunale, secondo una tradizione secolare, rinnovano in perpetum in nome della città tutta, il voto di ringraziamento a Maria SS. e offrendo un cero, giurano, alla presenza di un notaio “di riconoscere la Vergine Immacolata come Prima Patrona e principale protettrice della città e difendere il privilegio dell’Immacolato concepimento fino allo spargimento di sangue”. Fino a non molti anni fa la statua dell’Immacolata, pregiata opera lignea, vestita con preziosi abiti serici del ‘600 e del ‘700, percorreva le strade principali della città; memorabile la processione trionfale del 1954, anno mariano durante il quale il tempio dell’Immacolata fu elevato alla dignità di Basilica e il Capitolo Vaticano insignì il simulacro veneratissimo della Madonna di corona d’oro, che benedetta dal papa Pio XII, fu posto solennemente sulla sacra effigie dall’eminentissimo cardinale Gaetano Cicognani, prefetto della sacra Congregazione dei Riti. Gli storici sono concordi nell’affermare che il tempio, dapprima dedicato alla SS. Trinità, fu costruito nel 1254 – come evidenziano alcune monofore della navata centrale ma visibili soltanto dal sottotetto delle navate minori - e che i religiosi francescani furono i primi ad arrivare in città stanziandosi fuori le mura lì dove i cappuccini nel 1534 eressero il loro convento con la chiesa di S. Maria degli Angeli. Fu il vescovo dello stesso ordine mendicante, Fortunato, che volle i suoi confratelli all’interno delle mura concedendo loro la chiesa della SS. Trinità annessa al convento, donazione confermata dal successore Giacomo e da Alessandro VI con Bolla del 1261.

Il D’Amato (1670) scrive che all’interno della chiesa, detta anche di S. Francesco di Assisi, fu eretta una cappella alla Vergine Immacolata la quale era officiata e sede di riunione dell’antica Confraternita omonima, tutt’oggi esistente. La chiesa sorse, quindi, nel “cuore” civile, politico e commerciale della città, nella cosiddetta “Piazza” che il Gariano descrive come la «più pratticata dinnanzi San Francesco d’Assisi, che si stende sino al vescovato, dove stanno tutti i mercanti e lo spaccio di cose commestibili», ma anche il D’amato la ricorda posta su «l’ultimo confine della Piazza Maestra, con due Porte nel frontespizio, alle quali per più gradi s’ascende, con uno spazioso Teatro avanti, circondato all’intorno di sontuosi palagi».

Nel 1750 l’edificio, dapprima ad unica navata, venne ristrutturato a cura di un certo frate francescano che le cronache riportano quale A. Matalona, e  dopo diversi lavori di restauro e ampliamenti durati per tutto l’800 e il ‘900, fu ingrandito con l’aggiunta delle due navate minori, la cupola e, quindi, definitivamente portato alle attuali forme e dimensioni. Il 6 dicembre del 1763, la nuova chiesa venne solennemente riaperta al culto e consacrata dall’allora vescovo della città Mons. Antonio De Cumis che nel 1775 donò e consacrò l’altare maggiore in marmi policromi ai lati del quale fece apporre il suo stemma. Nello stesso anno viene realizzato l’altare della cappella dell’Immacolata commissionato a Silvestro Troccoli, su disegno di Tommaso Mancini architetto e scultore napoletano, che andò a completare il fastigio realizzato in muratura e stucco al centro della quale è tutt’oggi posta la statua processionale della Vergine databile tra la fine ‘500 e gli inizi del ‘600. Nel 1783 a causa del violento sisma e fino al 1833, per i danni riportati  dal Duomo, la chiesa funzionò da Cattedrale interinale. In questo periodo l’antica cappella di S. Giuseppe, posta nel transetto di fronte la cappella dell’Immacolata, fu dedicata al S. Patrono vescovo Vitaliano e nel 1857 il nobile Antonio Arceri fece realizzare dallo scultore serrese Michele Amato, come voto al santo per aver preservato la città dal colera, un busto ligneo che fu posto al centro del fastigio.

Quest’ultimo reca al centro della cimasa un piccolo dipinto di S. Nicola vescovo e ai lati, all’interno di cornici quadrilobate in stucco, due dipinti raffiguranti il martirio di S. Ireneo, probabilmente provenienti dalla vecchia Cattedrale. Anche la cappella di S. Antonio da Padova  presenta un altare napoletano con fastigio marmoreo eretto nel 1766 su commissione di Andrea Pisanello che con testamento del 26 novembre 1763 lasciò un legato ai PP. Conventuali per essere seppellito ai piedi del suddetto altare. Nel 1809 i frati Minori conventuali furono espulsi dalla chiesa e dal convento, che fu soppresso, mentre, la cura dell’antico edificio sacro, passò alla confraternita la quale con zelo portò avanti numerosi lavori di restauro, protrattisi sino agli inizi del ‘900; la facciata, infatti, venne rimaneggiata alla fine del secolo XIX, su progetto dell’Ing. Giuseppe Parisi e realizzata dal noto ed esperto imprenditore di opere edili pubbliche di allora Cav. Davide Rossi. Venne inaugurata nel 1913 ed è caratterizzata da uno stile tardo barocco con portale chiuso da un ottocentesco portone in legno di noce intagliato a due ante con sei specchiature, preceduto da una breve gradinata in granito di Stalettì, e affiancato da sei colonne , tre per lato, con capitelli sui quali si imposta la ricca trabeazione con timpano spezzato al centro del quale spicca lo stemma della Reale Arciconfraternita di Maria SS. Immacolata.

Al di sopra del portale, in posizione centrale, si apre il finestrone polilobato, anch’esso fiancheggiato da sei colonne di dimensione più piccole e di ordine ionico, sulla cui trabeazione si imposta l’aggettante e ricco timpano, al centro del quale, opera dello scultore catanzarese Ottavio Colosimo, è stato realizzato un bassorilievo in stucco raffigurante la Vergine Immacolata. Completa l’architettura del frontespizio, la torre campanaria rimaneggiata nel XX secolo, mentre sovrasta l’intera architettura della chiesa la svettante cupola completata e inaugurata nel dicembre del 1904 in occasione del cinquantesimo anniversario della proclamazione del dogma.

La cupola consta di un tamburo in muratura, caratterizzato all’esterno da una forma ottagonale, ed all’interno da una forma cilindrica con otto finestroni intervallati da paraste di ordine corinzio e otto affreschi, opera del pittore catanzarese Guido Parentela, rappresentanti le virtù teologali, le virtù cardinali ed il primo dei sette doni dello Spirito Santo: la Sapienza. La calotta della cupola, oggi rivestita in lastre di rame, è costituita da otto costoloni  ed altrettante vele in origine coperte da elementi in maiolica colorata gialla e blu, prodotte dalla fabbrica napoletana Daniele Veidlich. Le pitture interne furono realizzate dal pittore cortalese Andrea Cefaly il vecchio, dagli artisti Antonio e Felice  Fiore Serra da Sambiase e dal pittore catanzarese, allievo di Garibaldi Gariani, Guido Parentela.

L’ampio interno della Basilica è  a pianta a croce latina a tre navate, caratterizzate, quelle laterali, da un sistema voltato a vela  realizzato a figulini (elementi in terracotta), quella centrale e dell’area presbiterale, da un sistema voltato a botte realizzato alla “reale”. Le cappelle ognuna delle quali godeva in passato di jus patronato appartenente a nobili famiglie cittadine, conservano altari ottocenteschi in marmi policromi e fastigi coevi in muratura e stucco, nonché notevoli opere d’arte tra le quali si ricordano: la statua lignea di S. Rocco di manifattura napoletana del sec. XVIII; le statue lignee settecentesche di S. Giuseppe, dell’Addolorata, di S. Michele, di S. Alfonso che provengono dalla soppressa chiesa di S. Caterina V. e M dei Teatini (oggi sede della Questura); i dipinti di S. Domenico e di S. Bruno del pittore crotonese Sesto Bruno, i quattro scarabattoli con figurine in cera, opere settecentesche di Caterina de Jiulianis, raffiguranti “La Natività”, “L’Adorazione dei Magi”, “Il Tempo” e “La Morte”; il cinquecentesco Crocifisso ligneo e la grande tela seicentesca dell’Immacolata con la SS. Trinità opera del pittore Giuseppe Perri. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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