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Chiesa del Carmine

Chiesa e Convento di S. Maria del Carmine

già dell’Ordine dei PP. Carmelitani Calzati 1602 

Il quartiere della Grecìa, toponimo conservato in alcuni abitati di fondazione altomedievale (Catanzaro e Santa Severina), indica il nucleo originario della città di fondazione bizantina situato a sud-est dell’attuale centro storico, all’interno del quale, come più volte rilevato dalla storica Emilia Zinzi, è ancora percepibile l’antica trama viaria ed individuabili i siti delle prime chiese dai titoli greci. Il quartiere “greco”, infatti, comprendeva i rioni di S. Barbara, di Tubolo e della  Grecìa, a cui facevano capo le enorìe greche, cioé i “ristretti” parrocchiali, di S. Maria di Cataro, di S. Barbara, di S. Nicola di Pitinto, di S. Pantaleo di Zaro e di S. Nicola Favatà, quest’ultima sede principale del clero greco e sita secondo la tradizione, sul luogo dove oggi sorge la chiesa del Carmine. A tutt’oggi il nucleo abitativo “greco” mantiene il carattere edilizio prettamente “popolare”, eccezion fatta per alcuni palazzi di costruzione sette-ottocentesca limitrofi al complesso seicentesco carmelitano – chiesa, convento e oratorio –, ma soprattutto si attesta quale nucleo arabo il quale, pur non avendo elementi di datazione certi, potrebbe risalire alla presenza islamica documentata dall’occupazione del territorio nel corso del X secolo e da permanenze, nel quartiere e dei rioni della Vallotta e di S. Barbara ad esso limitrofi, sia linguistiche che architettonico-urbanistiche del primo insediamento urbano. La storia della chiesa dei Carmelitani è quindi intimamente connessa con quella della parrocchia di S. Maria di Cataro, titolo che fu trasferito dopo il 1783 all’interno della chiesa conventuale dove, come afferma Giacomo Frangipane, i Padri Carmelitani diedero il permesso «cedendo al parroco del tempo D. Pasquale Catanzaro l’altare a diritta dell’arco maggiore di fronte all’altare dedicato alla Madonna SS. Del Carmine, altare assegnato per gli uffici spirituali parrocchiali, nel quale il parroco innalzò l’effigie della Madonna che si venerava nella diruta Chiesetta». Ciò è ancora evidente in quanto a destra dell’altare maggiore nella navata centrale, vi è l’effigie policroma in pietra e cartapesta di S. Maria di Cataro e a sinistra all’interno di una cornice a stucco quadrilobata la tela della Madonna del Carmine del 1747 opera di Domenico Basile di Borgia. P. Giovanni Fiore attesta che la prima pietra del convento carmelitano di Catanzaro «la vi gittò Giuseppe Piscuglio, vescovo della città l’anno 1602 con concorso ed assistenza di tutta la nobiltà e popolo; ma la diligenza fu del p. maestro Gio. Matteo di Alessandro, religioso di molti talenti»; altri storici spostano la data al 1609 così come attesta il Gariano affermando l’esistenza intorno al 1602 di una edicola con l’effigie della Madonna, da lui fatta eseguire e intorno alla quale mons. Horazi fece costruire una cappella. Cresciuto il culto verso la Madonna si concepì, sette anni dopo, il disegno di fondare un convento che sorse sul suolo «occupato dagli avanzi della chiesa parrocchiale di S. Nicola di Favatà, sede del clero greco; e come essi erano pure nella Grecìa, e presso la nuova cappella, ed in un marmo, ancora rimasto in piedi per caso, si trovava una immagine di S. Maria del Carmine; che per devozione vi avea fatto dipingere Altobella Conestabile, parrocchiana di essa; così, non trovando luogo più conveniente per la costruzione del monastero, senza indugio mise mano all’opera…l’anno del signore 1609». Intorno al 1612, la chiesa si presentava, come si evince da una relazione del Padre Giovan Matteo D’Alessandro con coro e dieci cappelle, non era ancora compiuta e solo nel 1740, come si legge nella Cronaca di G.B. Moio e G. Susanna «a divozione dei cittadini, s’incomincia ad alzare la chiesa del Carmine, a farsi a volta stante che era sino al cornicione». Tale notizia fa capire che a quel tempo non si è proceduto ad una ricostruzione bensì alla realizzazione della copertura a volta nella struttura secentesca. Dopo il sisma del 1783, espulsi i frati, la Cassa Sacra incamerò i beni e restaurato l’edificio sacro per una spesa di 450 ducati, affidò la chiesa «col suo altare maggiore dedicato con quadro ai Santi fondatori – opera di Domenico Leto del 1750 – dell’Ordine S. Simone Stock e S.to Elia rimase limitatamente all’ufficiatura nell’altare assegnato dai Carmelitani nel 1783 alla ricoverata parrocchia di S. ta Maria di Cataro ed alle cure nel resto della Confraternita – eretta nel 1630 – che si vantava condominio legale». A testimonianza dei restauri settecenteschi è stato recentemente ritrovato traccia di affresco posto sul muro perimetrale posto a tergo della tela dell’altare di S. Giuseppe, consistente in un cornicione modanato al di sopra del quale è possibile scorgere una decorazione a festoni con foglie lanceolate di alloro con nastri in decusse. Con decreto del 7 agosto 1809 il convento viene soppresso mentre la chiesa passò definitivamente al clero secolare e alle cure della congrega. La chiesa di Santa Maria del Carmine, si presenta nel suo rifacimento settecentesco pur mantenendo il disegno e l’impianto seicentesco voluto dal primo costruttore, il priore dell’Ordine Carmelitano Calzato, P. Giovan Matteo D’Alessandro, con aderenza ai normali schemi dei conventi degli ordini mendicanti caratterizzati da una chiesa conventuale a pianta longitudinale, con ampio coro, contigua al lato nord degli ambienti riservati ai frati e dislocati attorno al chiostro. La facciata della chiesa, subì notevoli trasformazioni, insieme alla torre campanaria, all’indomani della seconda guerra mondiale e con molta probabilità, intorno agli anni cinquanta, in cui la nuda e semplice facciata, al centro della quale era posto un affresco, fu completamente rivestita da lastre di travertino. La navata unica è affiancata da quattro cappelle laterali, con un presbiterio anch’esso ampio e profondo, rimaneggiato negli anni ’50-’60 del ‘900 da alcuni lavori, che hanno distrutto il vecchio altare maggiore. Ogni cappella ospita altari in muratura, di gusto tardo barocco e rococò, un tempo dedicati a santi e sante carmelitane ed impreziositi da tele che ancora oggi sono in parte allocate nella loro sede originaria. Sono da ricordare: la tela, della fine del sec. XVIII inizi sec. XIX ed opera del pittore nicastrese Francesco Colelli, di S. Giuseppe con il Bambino Gesù, patrono dell’Ordine, con ai piedi a sinistra il martire S. Angelo di Sicilia e a destra S. Alberto degli Abati di Trapani che indica la città di Messina ove fu mandato dai suoi superiori e che liberò dalla fame causata da un assedio; la Pentecoste e Gesù Maestro, opere di Domenico Leto, rispettivamente conservati presso il locale Museo Diocesano e il Palazzo Arcivescovile; e molte altre tele che oggi aspettano urgenti interventi di conservazione e restauro. Tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento molti di questi altari, fastigi e tele, furono sostituiti da rivestimenti marmorei o da teche in legno intagliate al cui interno furono poste altrettante statue, molte delle quali in cartapesta di manifattura leccese. Un’aggettante trabeazione, creata nel XVIII secolo, percorre perimetralmente tutta la navata, continuando anche nella parte presbiterale, la quale si imposta su alte paraste di ordine composito e sulla quale, nel 1740, venne creata, a canne, una contro soffittatura a botte lunettata sostituita, nel XIX secolo, da una volta realizzata a figulini o caroselli, la cui superficie è scandita da piatte costolonature scanalate e da ampi finestroni. L’arco santo è decorato in chiave da stucchi costituenti un medaglione centrale, di gusto tardo barocco, al centro del quale è inserito lo stemma dell’Ordine dei Carmelitani Calzati. Tra le opere importanti della chiesa si segnalano da una parte la cattedra lignea completa di quattro sgabelli, ascrivibile tra la fine del seicento e gli inizi del settecento, che racchiude nella cimasa, un piccolo dipinto attribuito al Colelli e raffigurante la Madonna del Carmine; dall’altra la celebre coltre funebre seicentesca di velluto catanzarese di colore blu notte e ricamata in oro e argento con una ricchissima greca a motivi floreali e girali acantiformi, in cui fanno bella mostra di sé alcuni grifoni e lo stemma dell’Ordine dei Carmelitani. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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