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Chiesa del Rosario

Chiesa e convento della SS. Annunziata o di S. Domenco seu del SS. Rosario

già dell’Ordine dei PP. Predicatori o Domenicani 1401 

Scrive P. Giovanni Fiore (1743) che fu «l’Annunziata, monasterio fondato da Nicolò Ruffo, conte della medesima città, l’anno 1401, dotandolo di alcune entrate, fra le quali furono gli emolumenti della fiera dé 25 marzo. V’è la bolla di papa Bonifacio IX l’anno suo duodecimo. Vive in osservanza ed in molta esemplarità del popolo…M. Gregorio Areyzza, provincial di Terra Santa e visitator generale, l’eresse in collegio per l’interpretazione della Sagra Scrittura». I dati concordano anche con gli altri storici locali alcuni dei quali, come  Giacomo Frangipane, specificano che fu lo stesso Ruffo a sollecitare l’ingresso in città dei PP. Domenicani e a concedere a quei religiosi «per adibirlo a Convento il locale che in quel tempo si usava per Ospedale nel sito attuale, e in esso presero stanza nel modo istesso in cui lo trovarono,; e fu soltanto, dopo lunghissimi anni, cioè il 1742 che venne ricostruito a nuova cura del P. Priore frà Nicolò Moio patrizio di questa città. Al detto convento fu dato il titolo di SS. Annunziata alla quale i religiosi pur dedicarono l’attigua Chiesa». Ciò è confermato ancora oggi dalla tela dell’Annunciazione, conservata nel locale Museo Diocesano, tolta dal fastigio dell’altare maggiore verso la metà dell’800 e sotto il quale fu ritrovato il dipinto di S. Domenico copia coeva dell’omonima tavola achiropita del monastero domenicano di Soriano Calabro. La chiesa, il 21 maggio del 1499, è solennemente consacrata dall’arcivescovo di Santa Severina Mons. Alessandro della Marra, col consenso del Vicario Generale della Diocesi D. Antonio Di Paola, mancando il vescovo titolare Mons. Stefano Goffredo, e ipso facto i Padri per necessità d’ordine nell’erezione dei loro Conventi ed in forza delle facoltà delle quali erano rivestiti in linea canonica «fondarono la Compagnia ossia Confraternita sotto il titolo del SS.mo Rosario e del Nome di Gesù», il più antico sodalizio della città, dopo quello dell’Immacolata, tutt’oggi esistente. L'edificio sacro conventuale dei Domenicani è oggi conosciuto come chiesa di S. Domenico o del SS. mo Rosario e rappresenta un notevole esempio d’architettura quattro-cinquecentesca con rifacimenti sette-ottocenteschi dovuti ai continui terremoti i quali, per la forte intensità, la stravolsero in un primo momento nel 1638 danneggiandola nel sistema voltato e con il crollo di una colonna del fastigio dell’altre maggiore, una seconda volta nel 1783, ed una terza volta nel 1832, che causò la chiusura della chiesa fino al 1891: crollarono in quell’anno, infatti, le volte della cappella della Madonna del Rosario e la cupola, che fu ricostruita ad incannucciata, nonché minacciò rovina la facciata. La confraternita deliberò di ricostruirla il 29 ottobre 1843 e nel 1844 si diede inizio alla costruzione la quale si dovette interrompere a più riprese e riprendere successivamente al 1898, in quanto all’interno si intrapresero radicali intervento di restauro. La facciata, preceduta da una scalinata in granito (realizzata in un anno dal 1897 al 1898, costò 4844,15 lire, insieme ad alcuni lavori in cemento sul frontespizio della chiesa, diretti dal confrate del sodalizio Cav. Ing. Michele Manfredi) e prospiciente l’affascinante piazza anticamente denominata largo Tribunali, incorniciata dagli antichi palazzi nobiliari delle famiglie Rocca-Grimaldi, dei Le Piane e dei De Riso, si erge maestosa e rappresenta un vero e proprio unicum nel panorama dell’architettura sacra della città per la qualità delle scelte formali. Il suo schema rivela, infatti, una certa maturità progettuale e si fa essenziale nella scelta di pochi e scarni elementi di codice, tratti dalla tradizione palladiana e classica, attraverso i quali si è operata la sintesi compositiva, basata su un repertorio assai limitato di forme (l’utilizzo dell’ordine gigante delle lesene scanalate in stile corinzio, la possente trabeazione, l’asse centrale caratterizzato dalla sovrapposizione del portale con la grande serliana alla cui realizzazione partecipò economicamente con una cospicua somma di danaro il confrate Lorenzo Zinzi, il frontone esaltato da un aggettante timpano triangolare, al centro del quale spicca lo stemma dell’arciconfraternita del Rosario), con le quali si è riuscito a raggiungere una vasta gamma d’effetti, in cui la bianca superficie appare geometricamente controllata e ritmicamente scandita. Il complesso monumentale, sorto alle spalle della Cattedrale, presenta un impianto planimetrico a croce latina ad unica navata intervallata da quattro cappelle per lato e da paraste sormontate da capitelli d’ordine corinzio, realizzati finemente in stucco, in una variante tipicamente neoclassica. Su ognuno di questi si imposta l’aggettante trabeazione, decorata finemente da girali fitomorfi in stucco, che percorre perimetralmente l’intero edificio e sulla quale si innalza la volta a botte lunettata, anch’essa impreziosita da stucchi. All’incrocio del transetto coll’ampio coro, quattro pilastri terminanti con altrettante grandi vele, reggono la cupola, realizzata in canne e priva del tamburo, la quale contribuisce a dare a tutto l’organismo presbiterale, con i suoi stucchi neoclassici a festoni, una certa importanza e solennità. Tutto ciò è enfatizzato, ancor di più, architettonicamente ed artisticamente: dall’altare maggiore del sec. XVIII in pregiati marmi policromi, pietre dure e madreperla, opera di Silvestro e Giuseppe Troccoli, proveniente dalla chiesa del monastero di S. Caterina da Siena; dall’elegante fastigio con colonne binate in marmo verde di Gimigliano e bianco di Carrara del sec. XVII – XVIII; dai due grandi angeli tedofori lignei su mezze colonne in marmo provenienti dalla chiesa di S.Caterina V.M.; nonché dagli altari del Ss.mo Nome di Gesù del 1665 e della Madonna del Rosario, opera del toscano Andrea Maggiore del 1615, rispettivamente posti il primo a destra, il secondo a sinistra del transetto. Al centro di quest’ultimo la pala d’altare, opera di Dirck Hendricksz su tavola, della Madonna del Rosario con S. Domenico, chiusa in alto dalla figura del Padre Eterno Benedicente e incorniciata dalle scene dei quindici misteri del Rosario ed in basso dalle figure di Gesù e dei Santi Ambrogio, Gregorio, Girolamo e Agostino; il quadro che gli storici locali vogliono eseguito su commissione del Consolato dell’Arte della Seta istituito in Catanzaro con diploma di Carlo V, viene datato al 1519 e per tradizione si vuole portato da Napoli per opera di Monsignor Rocca, patrizio catanzarese. La chiesa è ricca anche d’importanti opere d’arte provenienti da chiese cittadine ormai non più esistenti, come ad esempio la chiesa del Gesù (altare in marmo policromo, oggi nella cappella di S. Liberata e la settecentesca statua di S. Luigi Gonzaga), e le già citate chiese di S. Caterina V.M dei PP. Teatini (statue settecentesche di fattura napoletana in legno di S. Caterina e di S. Raffaele, statua in marmo della Madonna della Purità commissionata il 4 novembre 1613 da Stefano de Maio, gesuita, allo scultore napoletano Francesco Cassano) e di S. Caterina da Siena delle monache domenicane. Il panorama artistico della chiesa di S. Domenico, comprende anche un proprio patrimonio, frutto di commissioni effettuate da parte di nobili cittadini, dal nobile sodalizio del SS. Rosario, dalla Corporazione dei setaioli che aveva sede nello stesso tempio, da sacerdoti, ma anche da semplici personaggi come il celebre mendìco Domenico Scaramuzzino, che acquistò parecchie suppellettili di notevole pregio artistico, con il frutto delle offerte raccolte e tra le quali si ricordano le due cattedre lignee intagliate e tappezzate in damasco cremisi. Altre opere d’arte importanti che arricchiscono questo sacro edificio sono: la statua in marmo del Padre Eterno Benedicente ascrivibile intorno la seconda metà del sec. XV; la tela della Madonna della Vittoria degli inizi del ‘600; i due dipinti ad olio su tela, opera di Giuseppe Castellani del 1702, raffiguranti la prima S. Rosa, S. Caterina, S. Agnese e altre sante domenicane, la seconda S. Giacinto, S. Raimondo, S. Paolino e altri santi domenicani. Nella sagrestia si custodiscono, inoltre, importanti esempi delle pregiate manifatture seriche catanzaresi:, le quali abbracciano un arco di tempo ascrivibile tra i secoli XVI e XIX; tra queste si ricorda la seicentesca pianeta detta dei Borgia che la tradizione vuole commissionata da Papa Alessandro VI per le nozze di Don Goffredo Borgia con D.na Sancia d’Aragona, bastarda d’Alfonso II per la presa di possesso di costoro come Principi di Squillace. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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