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Chiesa della Maddalena

Chiesa e Convento delle Convertite di Santa Maria Maddalena 

già delle Monache del terz’ordine regolare francescano 1560 

La cinquecentesca chiesa della Maddalena venne edificata con l’annesso monastero, nel 1560 sotto il pontificato di Pio IV e il presulato di mons. Ascanio Geraldini col titolo di Santa Caterina all’interno della quale – come scrive il D’Amato (1670) – «milita sotto l’insegna di questa Vergine reale una Confraternita sì numerosa, che in occorrenza di feste hà numerato più volte mille congregati con abito. Ha un seminario d’orfanelle, con Donne destinate ad insegnarle d’ago». Successivamente il sodalizio si trasferì in quella che fu la chiesa dei Teatini mentre la chiesa e il monastero furono trasformati in un “Conservatorio di Convertite”. Fu infatti in quegli che si verificò la conversione di ventidue donne di malavita, grazie alla predicazione del frate cappuccino F. Tiberio da Milano, e le stesse vennero in seguito rinchiuse all’interno della suddetta fabbrica monastica che d’allora prese il nome di Monastero delle Convertite della Maddalena. E’ da ritenersi, pertanto, che così come avvenne a Napoli ed in altre città italiane –  Venezia, Genova e Torino – la vicinanza del monastero di monache cappuccine della Stella e le predicazioni in città dei PP. cappuccini abbiano consentito la fondazione di questo monastero il quale, così come per il caso napoletano, non fu una casa di semplici pentite ma un autentico asceterio religioso in seguito posto sotto l’influsso della spiritualità cappuccina di quel monastero e sotto la regola del terz’ordine regolare francescano. A testimonianza di ciò nel 1664 furono pubblicate dalla Badessa suor Caterina Soda da Cellara, le costituzioni regolarmente approvate dal procuratore Generale dei cappuccini. Le regole e le ordinazioni di tale luogo furono sicuramente molto dure ed esigenti e tuttavia le pubbliche meretrici divenivano religiose vere e proprie, con i tre voti regolari e di più col voto di stretta clausura. Di ciò resta testimonianza la tela, oggi presso il locale Museo Diocesano, raffigurante Cristo che portando la croce indica con il dito la scritta «CORAGGIO FIGLIA CORAGGIO». La chiesa, come si evince dalla lapide murata all’ingresso della stessa, fu consacrata da mons. Francesco Gori il 23 aprile 1690 mentre era Badessa Suor Domenica de Aznar: «ANNO DO.NI MDCXC DIE VERO XX APRILIS ECCLESIA HAEC CONSECRATA FUIT AB ILL.mo ET REV.mo D?.INO D. FRANCISCO GORI EPI.P? CATAC? ABBATISSA B. SOR D. DOMENICA DE AZNAR». La chiesa e il monastero sorsero nell’antico ristretto parrocchiale di S. Biagio, posto nel quartiere del Vescovato, chiuso dai ristretti di S. Stefano Protomartire (già sinagoga della comunità ebraica), di S. Maria de Meridie, di S. Nicola Coracitano, di S. Nicola Malacinadi e dai ristretti di S. Tecla e di S. Maria e Ognissanti appartenenti al quartiere di S. Rocco. Chiusa la chiesa conventuale e soppresso il convento con dispaccio Reale del 1784, fu successivamente riattata al culto nel 1796, anno in cui fu trasferita al suo interno la parrocchia di S. Biagio, per la quale, dopo diverse vicissitudini e per concessione del Comune, il parroco di allora D. Rosario Costanzo, ottenne nel 1875 – anno in cui presumibilmente fu abbattuta l’antica parrocchia medievale posta lungo la via XX settembre all’inizio dell’attuale largo Marincola Cattaneo – la proprietà e il funzionamento definitivo all’interno della chiesa monastica che d’allora prese il titolo di S. Biagio alla Maddalena. La chiesa e il convento furono soppressi  il 29 novembre del 1810 ma furono poi riaperti dopo il decennio francese conoscendo fasi alterne, fino a quando per effetto del decreto luogotenenziale del 17 febbraio 1861 che sopprimeva le case monastiche di ambo i sessi, le monache domenicane espulse dal convento di S. Rocco, presero possesso della Maddalena l’anno successivo. Le monache portarono all’interno del convento tutti i loro mobili, le campane della Chiesa ed anche tutti gli arredi sacri ed alcune opere d’arte quali: la tela della Madonna del SS. Rosario con S. Domenico - copia settecentesca della pala di Dirck Hendricks custodita nella chiesa del Rosario – e le tele di S. Domenico di Soriano e del SS. Nome di Gesù tra le sante domenicane Agnese e Rosa custodite nel museo diocesano. La struttura museale ospita anche, proveniente dall’antica chiesa di S. Biagio e un tempo posta nella navata della chiesa conventuale, la seicentesca tela della Madonna delle Grazie pala d’altare dell’antica chiesa parrocchiale. La chiesa conobbe diversi restauri: nel 1888 il parroco D. Vitaliano dei baroni Perrone, rifece ed abbellì il tetto;  dopo il 1914, anno in cui la chiesa fu scelta quale alloggio per i militari, venne nuovamente restaurata  e riaperta al culto l’8 novembre del 1930, con la benedizione di mons. Giovanni Fiorentini, anno in cui fu rifatto il prospetto; quest’ultimo presenta un’impostazione neoclassica, chiusa da coppie di paraste di ordine corinzio, sulle quali si imposta un’alta trabeazione ed un aggettante timpano che conclude e definisce il prospetto, prospiciente il largo Raffaele Marincola Cattaneo. Sempre in quegli anni il parroco D. Giovanni Apa, fece a spese del Municipio anche il tetto e il campanile, mentre con fondi propri e offerte raccolte tra i fedeli restaurò l’interno della chiesa, il pavimento, gli altari, la sagrestia e l’ufficio parrocchiale e, in particolare, fece realizzare gli affreschi raffiguranti Santa Chiara e Maria Maddalena sulla volta della navata, i Cori degli Angeli sulla cupola e nel presbiterio,  i quattro dottori della chiesa S. Agostino, S. Tommaso, S. Alfonso e S. Bernardo nelle quattro vele dei pilastri che sorreggono la cupola, e altre due opere andate perse quali “il martirio di S. Biagio” in cornu evangeli e il “ S. Biagio nel rifugio di Monte Argeo” in cornu epistolae. Tali opere furono eseguiti dal pittore Antonio Grillo di Pizzo Calabro, nipote del più conosciuto Carmelo Zimatore (1859 - 1933), al quale vengono anche attribuite le tele di S. Francesco di Paola e della Maddalena ai piedi della Croce. La chiesa presenta un’impostazione architettonica tipica delle chiese conventuali tardocinquecentesche, molto simile nell’impostazione morfologico-architettonica a quella di S. Francesco di Paola, caratterizzate da una navata unica con due cappelle per lato e profondo presbiterio. Quest’ultimo sormontato da una piccola cupola, è impreziosito dall’altare maggiore, dietro il quale, al centro di una nicchia è posta la statua in cartapesta di manifattura leccese di S. Biagio; l’altare è una importante manufatto settecentesco (1768) commissionato per 400 ducati dal Procuratore delle Convertite Pietro Donato ai napoletani Silvestro e Giuseppe Troccoli che lo realizzarono, secondo la richiesta, in marmi policromi e con dimensione pari all’altare maggiore della Cattedrale. L’interno custodisce altre opere d’arte, tra le quali si ricorda la settecentesca statua di S. Raffaele ma, in particolare, pregiati parati serici di manifattura catanzarese con ricami realizzati dalle stesse monache francescane del Monastero delle Convertite della Maddalena e della Stella; di questo patrimonio si ricordano le due pianete gemelle: la prima, custodita in sagrestia, in taffettà di seta rosa ricamata in oro, argento e sete policrome, e la seconda, esposta presso il museo diocesano, in Gros de Tours laminato in oro e ricamata in oro e sete policrome. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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