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Chiesa Osservanza

Chiesa e Convento di S. Maria delle Grazie  o di S. Teresa all’Osservanza

già dell’Ordine dei Francescani Minori Osservanti 1447 
Scrive Luise Gariano (1602) che il terzo convento della città «è quello dei frati Osservanti dell’ordine di S. Francesco di Assisi, edificato nel monte Pezzano, presso la città, l’anno 1447. La erezione di questo edificio fu impedita d’Antonio Centelles, novello conte di Catanzaro, e marchese di Crotone; ma poi essendo stato esso scacciato dalla città, l’anno 1457, fu seguita la fabbrica del monastero, incominciato tanti anni prima, da Fra Paolo da Sinopoli, Vicario della Provincia…dopo che il marchese perdé Catanzaro, ed egli fu discacciato dai cittadini…il monastero si tornò di nuovo a fabbricare, colla pietra delle rovine del castello, e fu dedicato a S. Maria delle Grazie…la festa di detta santa si celebra a dì 8 settembre». Anche il P. Giovanni Fiore (1743) ribadisce l’opposizione del Conte alla costruzione extra moenia, fuori le mura, del convento e aggiunge come «l’anno 1480 con Bolla di Sisto IV, dalle suddette rovine – riferendosi al castello – poco appresso seguite si edificò la santa casa. Altri ne riflettono la fabbrica al 1457, a richiesta d’Alfonso I e Bolla di Callisto III. Può essere che di questo tempo, od ottenuta la licenza, o debolmente principiata, si fosse poi portata avanti nel 1480». La tradizione vuole che la chiesa e l’annesso convento, siano sorti nel luogo dell’antica cappella della Madonna della Ginestra, titolo mariano questo, che si ritroverà più tardi nel 1508 nella tavola centrale di un più grande polittico di Antonello De Saliba di Messina, oggi custodita presso la Pinacoteca Provinciale, commissionata per il convento dal P. Francesco Coco su mandato del fratello Giovanni che già quattro anni prima, commissiona ad Antonello Gagini la bellissima statua marmorea della Madonna delle Grazie, oggi posta al centro dell’edicola nel presbiterio e il cui scannello si trova nel fastigio dell’altare di S. Teresa. La chiesa è celebre perché nel 1548 Frà Michele de Angioii di ritorno dai luoghi santi di Gerusalemme, dove dimorò per molto tempo, portò alcune reliquie dei luoghi sacri con alcuni misteri della Passione e donateli alla chiesa del suo ordine fece costruire su suo disegno una cappella dedicata al Santo Sepolcro. Di questo antico luogo resta la celebre croce reliquiario del 1535, commissionata dal frate francescano, con crocefisso, storie della vita della Vergine e di Cristo (recto) e con l’Albero Serafico (verso): una sorta di genealogia dell’Ordine Francescano del quale illustra i Santi e i Beati. Il convento e la chiesa, quindi,  come riporta il Fiore, passò «a’ Riformati l’anno 1600, i quali l’hanno abbellito assai più, singolarmente con una seconda cappella con i misteri della Passione in vaghissima scultura. Opra principiata dal p. Giovanni da Reggio lor frate, e compita da alcuni suoi discepoli». Il crocefisso in questione riguarda l’opera che attualmente è posta nell’attuale vano d’ingresso e che rappresenta il Cristo schiodato, parte rimanente di un più complesso gruppo scultoreo. La cura delle anime sorse all’indomani del terremoto del 1783 e tale cura rimase a carico dei sacerdoti secolari fino al 1813 e dei frati fino al 1856. All’indomani della loro espulsione furono nominati curati i sacerdoti secolari ma fino al 1889 periodo in cui, sotto l’episcopato di mons. Bernardo de Riso, si ottenne il decreto Reale del 31 gennaio 1892 con cui la chiesa veniva elevata a parrocchia che d’allora, per essere stata demolita la chiesetta baraccata di mons. Matteo Franco entro cui era il titolo di S. Teresa dapprima ospitato nella chiesa dei teresiani, fu chiamata di S. Teresa all’Osservanza. Ma con la soppressione del convento del 17 febbraio 1861, il convento e parte della chiesa passò e restò al Ramo militare, che vi impiantò più tardi l’ospedale militare, mentre passò al Municipio il solo presbiterio che forma l’attuale edificio sacro e che sin dall’inizio subì notevoli restauri per potere adeguare lo spazio presbiterale al culto. Come si evince da una relazione di S. Visita del parroco Mons. Domenico Mazzocca del 21 agosto 1921 lo stesso operò notevoli restauri che portarono la chiesa allo stato in cui oggi si vede: nella chiesa «vi sono due altari: uno, il maggiore dedicato al SS.mo Crocefisso e l’altro alla Madonna delle Grazie…il Santissimo si conserva nel tabernacolo tutto in legno intarsiato opera degli antichi frati…nelle quattro nicchie del Tabernacolo ho situate cento e più reliquie di santi, da me procurate e fra esse il S. Legno della Croce e le reliquie di S. Vitaliano. Tutte quasi tali reliquie sono munite delle analoghe autentiche…la cantoria fu fabbricata in cemento armato a mie spese. Su di essa trovasi l’organo. Il campanile fu anche fabbricato a mie spese nel 1909. Il frontespizio della Chiesa, il ribassamento del sagrato col relativo selciato fu fatto anche a mie spese nel 1910…essendosi l’attiguo Ospedale Militare abusivamente impossessato delle due navate…detta Chiesa rimase col solo Sancta Sanctorum e quindi il sottoscritto parroco notando l’esiguità dello spazio disponibile per i fedeli, buttò giù l’altare enorme in legno e gesso, ribassò di 5 gradini il Sancta Sanctorum, riempì le 4 fosse sepolcrali; aprì un arco ed unì l’antica sagrestia (la vetusta Cappella della Madonna della Ginestra) al vano della Chiesa medesima, rifacendo a nuovo il lastricato in cemento dopo aver rinforzato le fondazioni perché rimaste scoperte e costruendo l’altare in marmo di Carrara con sopra il grande scarabattolo tutto cesellato pel SS.mo Crocefisso…avendo il sottoscritto tolto il Crocefisso dalla Cappella a sinistra entrando in Chiesa, trovando il sito abbastanza inadatto, pensò di costruirvi una cameretta quale studio parrocchiale». Questa ”memoria” aiuta a comprendere come la chiesa attuale abbia uno spazio sacro diverso dalle altre chiese in quanto la facciata fu ricavata appunto da una parete del transetto che oggi con l’antico coro, costituisce il nuovo impianto della chiesa. Entrando dalla porta, aperta nel 1856, ci si immette nella cappella del SS. Crocefisso ai piedi del qual è posto il seicentesco gruppo scultoreo a tutto tondo della Madonna della Salute,  che presenta diverse analogie con produzioni note della stessa epoca, collocabile all’interno delle attività di artisti (Frà Diego da Careri?) operanti nella nostra regione e influenzati nella composizione dall’esperienza napoletana, in particolare per la resa delle vesti a motivi decorative damaschinati con motivi fitomorfi riproducenti  i tessuti tipici di damasco in voga nel seicento; di fronte l’ingresso è posto l’altare di S. Teresa con fastigio settecentesco al centro del quale è posto una tela ovale coeva raffigurante l’Estasi di Santa Teresa; sotto cui resta, poggiato su due mensole in marmo, lo scannello cinquecentesco della statua della Madonna delle Grazie del Gagini. Tutto l’interno è caratterizzato da una decorazione tardo barocca  che si esplicita negli stucchi delle cupole, delle volte, dei capitelli e dello stemma francescano posto al centro dell’arco santo preceduto da un ovale affrescato con S. Antonio da Padova, il Bambino Gesù e S. Francesco d’Assisi, probabile opera del pittore La Rosa (Tommaso o Giuseppe) di Squillace documentato, come si evince dal Manoscritto “2” di Domenico Marincola Pistoia custodito presso la biblioteca comunale, all’interno della chiesa con i quadri, oggi non più esistenti, di S. Pasquale e S. Pietro d’Alcantara datati al 1714 oltre che nel chiostro con il ciclo di affreschi di cui oggi resta solo un piccolissimo brano. Questi quadri furono osservati dal Malpica che vistando nell’800 la chiesa così scrive «ci affrettiamo a scendere in Chiesa nuovamente…e quella Concezione con S. Bonaventura e Scoto? Vi par cosa da non osservarsi! Ma la è una tela ammirabile per disegno, per colorito, e per espressione! E quel SS. Sacramento con S. Pasquale, e S. Pietro d’Alcantara? Ha una gloria di Angeli che pare ispirata dagli angeli stessi! E quella S. Rosa colla gloria della Croce? E’ meravigliosamente bella! E quel S. Francesco in estasi sostenuto da due Angeli? Io vidi poche figure come queste divine! E quella sacra famiglia? Non la vedete che esce dalla scuola di Raffaello? Cose da nulla!...sia benedetto il pensiero che ebbi di visitar l’Osservanza». Queste opere con molta probabilità andarono disperse dopo l’unità d’Italia o sicuramente con l’espulsione dei frati dalla chiesa e dal convento. Quest’ultimo rappresenta un’importante testimonianza di architettura monastica quattrocentesca con chiostro impostato su pianta quadrata con venti arcate a sesto acuto poggianti su pilastri di tufo che, come i coevi chiostri dell’Annunziata di Tropea, degli Osservanti di Mileto, Amantea, Morano e dei Riformati di Vibo, nel pieno sviluppo del Rinascimento riprendono la cultura sveva cistercense punto costante di riferimento, in Calabria, nell’elaborazione di elementi decorativi e strutture nuove. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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