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Montecorvino

Chiesa di S. Maria de Figulis detta di Montecorvino

sec. XIII 

Alla fine del 1600 il  perimetro della città di Catanzaro era diviso in 18 parrocchie e la chiesa di S. Maria de Figulis apparteneva alla circoscrizione del quartiere del Vescovato insieme alle parrocchie di S. Pancrazio, di S. Maria de Meridie, di S. Nicola Coracitano, di S. Nicola Malacinadi, di S. Biagio e di S. Stefano de’ Malfitanis, già sinagoga degli ebrei. La chiesa fu fondata, presumibilmente, intorno al secolo XIII nell’antico e storico quartiere dei vasai, a ridosso del quartiere ebraico (successivamente detto di S. Stefano Protomartire) e dei “ristretti” latini delle parrocchie di S. Basilio e di S. Menna a nord e di S. Maria di Ognissanti a sud. Il piccolo tempio sacro assunse, quindi, questo titolo «perché in quella contrada abitavano Maestri di vasi di terra» - come riporta nel 1670 Vincenzo D’Amato - (dal latino figulus – i: vasaio), i quali abitavano il luogo già in età medievale, realizzando nelle loro botteghe varie manifatture di terracotta. Con molta probabilità, fu proprio questa comunità di artigiani a prodigarsi per la costruzione del piccolo tempio sacro che, dedicato a Maria SS. delle Grazie, fu solo successivamente detto di Montecorvino, per il numero enorme di corvi che, in un dato periodo dell’anno, si annidavano tra gli alberi dei numerosi “orti urbani” ancora oggi presenti nelle vicinanze del sacro edificio. Verso la fine del XVI secolo la chiesa fu separata dal Capitolo cattedrale, al quale era affidata la cure delle anime, e nel 1601 venne elevata a rango di parrocchia ed ebbe come primo parroco il sacerdote Fabio Senatore che la resse ininterrottamente per trentasette anni. Durante tutto il ‘600, la parrocchia fu dotata di parecchie suppellettili, di parati sacri serici di manifattura catanzarese (alcuni dei quali si sono conservati a tutt’oggi e tra questi uno splendido piviale di raso bianco ricamato in seta policroma a motivi vegetali) e di opere d’arte e tra queste la pala dell’antico altare maggiore raffigurante la Madonna  delle  Grazie  con  il  Bambino  ed ai  piedi i Santi vescovi Basilio e Vitaliano (oggi la tela, priva della centina, versa in condizioni di forte degrado e meriterebbe un urgente intervento di restauro).  Sempre nel secolo XVII, evidentemente per il fiorire dell’arte della seta che portò un certo benessere nella città e per l’amenità del luogo, l’antico quartiere dei vasai diviene centro di profonde trasformazioni urbanistico - architettoniche; questi, infatti, fu interessato da una fiorente attività edificatoria da parte di molte famiglie nobili del tempo (Campitelli, Malpica, Sanseverino, Passarelli, Tiriolo…) che stabilirono di costruirvi, intorno alla chiesa di Montecorvino, le proprie residenze urbane, dando così a tutto il quartiere una nuova caratterizzazione  non più artigianale, bensì di tipo nobiliare. Caratterizzazione testimoniata da alcuni atti parrocchiali della Platea Gori del 1691, in cui il parroco del tempo D. Antonio Pavone così giustifica alcune spese effettuate per alcune feste liturgiche: “per la festa titolare della B.V. che si fa a dì 8 settembre, io vi ho speso ogni anno da che sono parocho da scudi otto e più perchè l’ho fatta solenne con musica e cere e parati perchè il convicinio di detta parrocchia è tutto di gente nobile…per la candelora ogn’anno ducati quattro per essere la parrocchia piena di palazzi di gentilhomini…”. Dopo il sisma del 1783, che danneggiò la struttura ma non la distrusse, la chiesa si annoverò tra i diciotto ristretti parrocchiali superstiti; mentre rimase eretta tra le dieci parrocchie che il Marchese di Fuscaldo aveva salvato con il suo Piano di riassetto urbanistico del 3 gennaio 1799, a discapito di quelle di S. Nicola Favatà, di S. Menna, di S. Angelo de Siclis, di S. Pantaleo di Zaro, di S. Tecla, di S. Nicola Malacinadi, di S. Pancrazio e di S. Stefano de Malphitanis. Di quest’ultima le cure delle anime furono aggregate alla parrocchia di Montecorvino mentre i beni passarono al ceto dei parroci. Per quanto riguarda il profilo architettonico, fino alla prima metà del 1800, l’edificio sacro aveva mantenuto pressoché inalterati, sia all’esterno che all’interno, i caratteri architettonici tipici delle chiesette catanzaresi del secolo XIII, caratterizzati da un ingresso posto ad oriente (come si rileva dalla pianta del Gattoleo) e una pianta rettangolare ad aula unica. Nel 1858 il parroco Pucci stravolse completamente l’assetto della chiesa facendo aprire la porta maggiore dal lato occidentale - dove oggi è sito il gruppo sette-ottocentesco della Pietà - creando nel sito dell’antico ingresso una piccola sagrestia, trasferì l’altare maggiore nel muro limitante con il vico, ma, soprattuto, fece rimuovere l’antico soffitto di tavole per creare l’attuale cupola a base ottagonale con la calotta formata da otto vele, la cui struttura è realizzata da un sistema di elementi fittili simili a vasi chiusi, di forma cilindrica e vuoti all’interno, denominati “caroselli” o, come riportato dalle fonti storiche, “figulini”. Successivamente, nell'intradosso, fu abbellita da un ciclo di tempere raffiguranti "Scene della vita della Beata Vergine Maria", opera di Nicola e Domenico Pignatari che realizzarono anche il quadro di S. Rita, posto nel vano dell’antico ingresso medievale. All’esterno, le facciate si presentano nel loro rifacimento post bellico voluto dall’allora parroco D. Salvatore Talarico che chiuse l’ingresso ottocentesco di Via Sensales e aprì quello attuale sulla piazzetta; l’esterno di ispirazione neoclassica presenta un alto basamento, interrotto solo dall’entrata principale, che corre intorno al tempio fasciandolo e sostenendolo e su cui, ai quattro angoli, grandi paraste di ordine tuscanico reggono una trabeazione al di sopra della quale si imposta l’aggettante cornicione modanato. Tale soluzione architettonica modulare è ripetuta su tutte le facciate, con l’inserimento di coppie di aperture ad arco, ad eccezione per la principale, la quale si discosta dalle altre per l’assenza di vani finestrati e per l’aumento, da due a quattro, delle paraste; quest’ultime, oltre ad interrompere l’alto basamento, incorniciano il portale di ingresso architravato, preceduto da una scalinata in graniglia e sormontato da una lunetta al cui interno è una formella in terracotta raffigurante la Natività della Vergine, al di sopra della quale è posta una iscrizione in latino, “D.O.M.  AC  DEIPARAE NASCENTI SACRUM”, che ricorda come sin dai tempi della costruzione del tempio la comunità di Montecorvino fissò la celebrazione della festa parrocchiale all’8 settembre, giorno dedicato alla natività della B.V. Maria. Un piccolo campanile, che rimanda nello stile a quello dell’intera chiesetta, è posto sull’angolo del tempio sacro. L'interno, ad aula unica, conserva ancora la piccola cantoria e varie opere d'arte ascrivibi­li tra il secolo XVIII e XIX, tra le quali si ricorda la settecentesca tela del “Beato transito di S. Giuseppe”, quella della “Natività della Vergine” e i paramenti e le argenterie dei secc. XVII – XIX. Nella chiesa è venerata la statua di Maria SS. Bambina il cui culto fu introdotto tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo dal Parroco D. Michele Cozzipodi e nella cui festa, preceduta dal novenario e seguita l’otto mattina dalla suggestiva messa dell’Aurora «a cui accorreva di notte in pellegrinaggio l’intera popolazione», ancora oggi viene “svelata” la statua della Madonna Bambina, adagiata sulla sua culla sorretta da due angeli in bronzo e posta all’interno di un fastoso trono d’ottone. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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