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S. Omobono

Chiesa del SS. Salvatore o di S. Omobono

già sede della Confraternita dei Sarti Sec. XII 

Questa chiesetta medievale sorge su un ammasso roccioso all'inizio dell'antica via dei Coppolari, oggi via Vincenzo De Grazia. È legata ad alcune anti­che leggende, riportate da alcuni storici locali, che la vogliono costruita su un antichissimo tempio del Sole esistente nella parte ovest della città: «In più parti (si riferisce al monte Triavonà)…ergeansi folte boscaglie, hora sotto il ferro cadute degli Abitanti,che nel loro intrigato vano…eccitavano la follia dè Gentili alla veneratione di un antichissimo tempio detto del Sole, ivi posto dalla parte guarda il Ponente, consacrato poscia dà Greci al Glorioso Nome del Salvatore, sotto il qual titolo oggi si arruola una Confraternità numerosa di piissimi cittadini» (D’Amato). Sotto questo titolo operò con certezza, almeno sino agli inizi del XVII secolo, questa confraternita che è identificabile con quella della Croce, come riporta il Gariano, e che poi passò ad officiare nel complesso conventuale di S. Giovanni, mentre, successivamente a questa data, si conosce con certezza che la confraternita dei Sarti era già operante nel 1620, come si evince nella relazione ad limina di mons. Fabrizio Caracciolo in cui si riporta di una «ecclesia santi Salvatoris, in que sodalitas artis sartorum». Questa confraternita, censita nella Platea del 1691 del Vescovo Gori, era tra quelle soggette interamente alla giurisdizione ecclesiastica e faceva capo alla chiesa che il Gariano dice Grangia di S. Giorgio; in realtà, allo stato attuale, la chiesa normanna non compare tra i ristretti parrocchiali anche se, D. Giorgio Mandile parroco di S. Giorgio, nella sua relazione del 1691 al vescovo del tempo contenuta nella succitata Platea così scrive: «la mia Regia Parocchia comincia dalla Porta della Osservanza, va circuendo per la Chiesa di S. Giovanni e si va stendendo sino  al Portone del Collegio dei PP. Gesuiti, racchiudendo il ristretto del SS. Salvatore sino alle case che sono del sig. Antonio Grimaldis…». Tale precisazione, da parte del parroco, può essere riferita ad un tardo “ristretto” del Salvatore che avrebbe compresa una unica unità abitativa. Durante il sec. XVIII e precisamente nel 1744 la chiesa subì notevoli danni dal violento terremoto abbattutosi sulla città, dato questo riportato nel loro Diario dai cronisti Mojo e Susanna che a tal proposito scrivono: «a dì 24 del mese di marzo 1744 giorno di Pasca…si scosse con tanta furia la terra…il danno che ha fatto questa sì fiera scossa è incredibile…le chiese sono affatto ruinate et tutte le fissure ben larghe per tutte le parti et il più S. Domenico et la chiesa cattedrale, la chiesa del Salvatore si precipitò affatto». Tale danno è documentato dal lato sinistro della struttura che risulta più corto, rispetto all’altro, a conferma dei pesanti rimaneggiamenti e probabili ricostruzioni dovute agli eventi sismici, non ultimi quelli del 1783 e del 1832. L’edificio, requisito nel decennio francese dalle truppe, fu destinato a deposito per munizioni ma, tornati i Borbone, fu dalla curia venduto a D. Luigi Varano per 320 ducati nel 1827 «per addirsene il ritratto della riattazione della Chiesa Cattedrale di Catanzaro». Dal punto di vista storico-architettonico gli studiosi hanno fornito molte tesi in merito a questo tempietto. Una prima descrizione della chiesetta viene fatta dal Lipinsky che ne riporta: l’orientazione con abside verso est e ingresso verso ovest, la struttura ad opus incertum nella parte inferiore, con probabile presenza di mattoni di spoglio romani, e l’ornato frontale e parietale con alternanza di conci lapidei e mattoni disposti a definire archi a doppia ghiera in alternanza ad altri allungati binati; il Venditti, nel suo ampio studio del mondo meridionale bizantino, vede S. Omobono come edificio che, per le sue caratteristiche formali-compositive, può essere datato nel tardo secolo XII e quindi in età nor­manna; mentre riappare nella sua prevalente matrice bizantina con gli studi del Rotili e del Rubino; Emilia Zinzi lo collega «alla tipologia bizantina di piccole unità sacre, riportabili in linea gene­rale ad una forma di cappella-oratorio, mono­navata e orientata, con lievi e maggiori varianti, diffuse nel medioevo calabro e nella lunga pre­senza in esso del rito greco».  I dati più importanti risultano dopo la riacquisizione da parte della Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace dello storico edificio e in seno al progetto di recupero, scientifico e funzionale dello stesso, operato nel 2001. Emilia Zinzi ha posto l’attenzione sul sito prestigioso di pertinenza alla chiesa e alla data di costruzione riportandola alla fase di crescita della città in età normanna, mentre Francesco A. Cuteri, in una nuova proposta di lettura dell'edificio, nell’evi­denziare diverse fasi costruttive specifica che «il notevole spessore dei muri perimetrali e la presenza nelle parti alte di finestre ora mutile, lasciano supporre che ci si trovi in presenza di un edifi­cio articolato su due o più livelli. Non è da escludere l'esistenza di una piccola cappella al secondo livello, forse dedicata al Salvatore…dall’analisi della struttura risulta evidente che siamo in presenza di un edificio originariamente aperto su tutti e quattro i lati. Il passaggio oggi utilizzato come accesso non si differenziava in antico dalle grandi aperture simili a finestroni…il rapporto diretto che il primo livello dell’edificio ha con l’esterno e con il tessuto urbano che lo cingeva – rapporto sottolineato dalle sei grandi aperture con arco a tutto sesto – porterebbe ad attribuire al complesso architettonico un carattere eminentemente pubblico: una sala di rappresentanza, un luogo in cui esercitare la giustizia, uno spazio di mercato per merci particolari, una fonte». Ma il ritrovamento di alcune sepolture individuate nella parte sommitale dei muri perimetrali lascerebbe ipotizzare anche l’utilizzo dell’edificio, per qualche tempo, come “mausoleo” o cappella funeraria. Ma altre sepolture sono state rinvenute a metà circa dell’aula: la prima, in linea con l’orientamento dell’edificio, presentava al suo interno ancora lo scheletro di un giovane individuo, mentre, un ossario rettangolare affiancato in alto a destra da un silos ed allineato con il vano absidale,  hanno restituito materiale ceramico e altri materiali compresa una moneta del XVII secolo. Lo scavo archeologico ha permesso, nelle sue diverse unità stratigrafiche, e anche dalla pulitura delle creste murarie, di riportare alla luce diverso materiale ceramico di produzione locale che si attesta tra il XII secolo con esempi di ceramica a bande rosse e il XVII – XVIII secolo con una serie di manufatti ceramici da cucina, da mensa, da dispensa, caratterizzate da maioliche, invetriate, ingobbiate e acrome nonché da oggetti come pipe, statuine in terracotta, piastrelle maiolicate. La struttura della chiesa si presenta con dimensioni simili alle tante piccole chiese cittadine ad aula unica ma, attualmente, rappresenta un unicum, con la chiesa di S. Nicola di Morano, del­l'antica realtà urbanistico-architettonico medie­vale della città di Catanzaro. La pianta rettangolare è scandita dei sei arcate perimetrali, due nei lati più lunghi, una nei lati che costituiscono, oggi, il vano absidale sormontato da una doppia calotta e l’ingresso. Quest’ultimo è posto, preceduto da una gradonata, sull’inizio di Vico Telegrafo ed è caratterizzato da un vano ad arco con doppio giro di conci, a cui si accosta, a tutta altezza sul lato destro, un’alta monofora cieca. Al di sopra dell’arco centrale una piccola trifora, oggi murata con materiali di risulta e con l’arco centrale completamente scomparso, è sormontata da un tipico tema decorativo normanno con conci squadrati posti a spina di pesce. Di maggiore interesse il prospetto laterale prospiciente via De Grazia che mostra, ancora intatti, gli archi a tutto sesto riproponenti la bicromia dei laterizi e dei conci di calcare della facciata, sempre a doppio giro di conci e intervallate da tre monofore, rese cieche da interventi successivi, che si impostano inferiormente quasi a metà altezza degli archi per poi superarle in altezza. Il ritrovamento dell’imposta di altri archi superiori a quelli esistenti fa presupporre – come afferma Cuteri – ad un edificio con una articolazione a due o più piani che, nella prima fase, può rientrare in quell’edilizia normanna di natura privata: «potrebbe trattarsi di un palatium alla moda “siciliana”, vicino a quei “torreggianti palazzi” o “alti palagi” di Palermo ricordati da Idrisi».

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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