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San Giovanni

Chiesa di S. Giovanni Battista della Reale Arciconfraternita dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta Ad Honorem    

Aggregata alla Patriarcale Arcibasilica di S. Giovanni in Laterano 1502 – 1532 
La chiesa di S. Giovanni Battista sorge sul colle più alto (343 m. s.l.m.) del monte Triavonà, che da essa prende il nome e che, per la presenza del castello di cui oggi rimangono parte delle mura medievali e cinquecentesche, ha da sempre rappresentato sin dall’epoca normanna, il potere feudale e civile della città. L’edificio sacro fu costruito presumibilmente tra la fine del ‘400 ed ampliata intorno al 1532. Ciò trova conferma nel fatto che la città ottenuta la demanialità nel 1440 con Alfonso I, «per maggiormente assicurarsi il demanio», come afferma lo storico Vincenzo D’Amato (1670),«diroccò a fatto il Castello, adeguandolo al suolo» e nel 1497 chiede a Federico d’Aragona di farsì che «la petra et cantoni del dicto castello et certe colonne de marmore siano de la decta cità per magnificarse de fabbriche et fortificarse de mura intorno». Sempre il D’Amato infatti scrive che «quelle ruine» occorsero per la costruzione della «fabbrica del Convento dei Minoriti, e della Chiesa di S. Giovanni, qual eressero i Cittadini in un angolo del medesimo Castello; Avverandosi in ciò la profezia fatta dal B. Paolo di Sinopoli, che delle ruine di quel forte erano per erigersi molte Chiese». E così se, come attesta P. Giovanni Fiore (1743), il convento degli Osservanti nel «1480 con Bolla di Sisto IV, dalle suddette rovine poco appresso si edificò la santa casa», verosimilmente intorno a quella data si dovette dare inizio alla costruzione della chiesa di S. Giovanni in quanto con Bolla di Alessandro VI del 28 aprile 1502 viene fondata la Confraternita e aggregata alla Basilica Lateranense. Ma i privilegi dei pontefici romani nel tempo resero la chiesa e la sua Confraternita tra le più importanti e potenti della città: nel 1532 il Capitolo romano concede il permesso di edificare la chiesa, inteso questo come un probabile ampliamento del Tempio – attestato, durante i lavori di restauro e gli scavi archeologici del 1999, dall’accorpamento dei muri delle cappelle laterali ai pilastri della navata centrale - mentre le Bolle di Pio IV (1563) e Clemente VIII (1595) (quest’ultimo donò le tele seicentesche dei Santi titolari di ambito carraccesco oggi poste nella cappella del Precursore ai lati del fastigio) la resero indipendente dai Vescovi e dai Cardinali  e Paolo V  con bolla del 20 agosto 1610 dichiarò, come afferma lo storico Giacomo Frangipane «che la Chiesa dedicata ai SS. Giovanni Battista ed Evangelista, non si possa concedere né far dipendere da qualsivoglia Prelato o cardinale ma sia governata esclusivamente dal Priore e dalla Confraternita». Ma un altro evento avrebbe mutato il corso della storia di questo storico edificio ed è la visita di Carlo III che nel 1735 venuto in città volle visitare la chiesa concedendo il titolo di Arciconfraternita al nobile sodalizio e con “Real rescritto” ai confratelli, presenti e futuri, il privilegio di fregiarsi del titolo di Cavalieri di Malta. Da quel momento le insegne della croce gerosolimitana, sormontata dalla corona reale, furono inquartate alla tiara e alle chiavi pontificie, stemma che ancora oggi si vede sull’arco santo della navata maggiore, sul paliotto dell’altare della Madonna di Costantinopoli nel transetto, nonché al centro del timpano della facciata. Quest’ultima si presenta oggi nella sua caratteristica impostazione tardo cinquecentesca, evidenziata dalla classica sovrapposizione rinascimentale degli ordini. Essa, infatti, è tripartita da aggettanti cornici marcapiano sorrette da lesene a loro volta sormontate da eleganti capitelli in stucco d’ordine ionico e corinzio. Quattro paraste, nell'ordine più basso, sono realizzate in tufo scolpito e decorate da scanalature, e probabilmente provenienti da ambienti del distrutto castello. Ai lati, gli ultimi due ordini superiori, sono raccordati da volute, le quali permettono dall'esterno, attraverso la lettura della facciata, di capire la struttura compositiva dello spazio interno, caratterizzato da una navata con cappelle laterali. Il portale seicentesco è decorato ai lati da due colonne di pietra verde di Gimigliano con basi e capitelli d’ordine ionico finemente scolpiti e realizzati in marmo bianco, sulle quali s’imposta un piccolo timpano spezzato. Al centro, in asse con il portale, una nicchia accoglie la statua del santo titolare di marmo bianco, scolpita a tutto tondo. Quest’ultima fu realizzata a Napoli e per interessamento del Priore Giuseppe Ferrari arrivò a Catanzaro nel 1632 ed in attesa di una sua collocazione definitiva venne esposta in primis all’interno della chiesa nella cappella di GiovanBattista De Paula. Il prospetto è poi enfatizzato, da una scala a doppia rampa, costruita nell'ambito dei lavori previsti dal P.R.G. del 1864. Nel 1877, infatti, veniva ribassato il piano stradale di fronte alla chiesa, rendendosi necessaria tale soluzione di collegamento fra l'edificio sacro e l’allora Corso Vittorio Emanuele. Della stessa epoca i quattro lampioni francesi, appartenenti all'antica illuminazione a gas. La chiesa di San Giovanni al suo interno si presenta oggi nel sobrio rifacimento barocco sei-settecentesco, che ha coperto le precedenti strutture cinquecentesche. L'edificio conserva ancora oggi l'originaria pianta a croce latina a navata unica con cappelle laterali comunicanti, con ampio transetto ed un coro abbastanza profondo. La navata centrale, di notevoli dimensioni, è intervallata da tre cappelle per lato e da coppie di paraste poggianti su basi in pietra e sormontate da capitelli compositi settecenteschi finemente lavorati in stucco, che reggono una cornice marcapiano modanata, sulla quale s’imposta la volta a botte lunettata. Le cappelle sono anch'esse voltate a botte e presentano una pianta più o meno regolare. Ognuna di esse, che in passato godeva di jus patronato appartenente a nobili famiglie cittadine, conserva altari in stucco, in marmo e muratura ascrivibili ad un periodo posto tra i secoli XVII-XIX, nonché decorazioni sulle pareti e sulle volte realizzate a trompe d'oeile. L'incrocio del transetto col coro, è caratterizzato dalla presenza dell’ampia cupola realizzata nei primi anni del novecento, con una struttura in canne, impostata su quattro grandi vele, rette da altrettanti grandi pilastri, costruiti in conci squadrati di tufo. La superficie della struttura, all'interno, è scandita da piatte costolonature che vanno a poggiare su mensole fogliate del tipo ad "inginocchiata". E' decorata inoltre da affreschi, realizzati nel 1910 dal pittore crotonese Sesto Bruno con scene della vita del Battista (la predicazione di S. Giovanni e il Battesimo di Cristo) e scene della vita di S. Giovanni Evangelista (l’apocalisse). Si segnalano all’interno: il cinquecentesco Crocefisso ligneo, e la tela della Madonna di Costantinopoli nel coro;la tela dell’Immacolata del ‘600 e l’Estasi di S. Teresa e il S. Francesco Saverio del ‘700 nel transetto; la tela della Madonna del Carmine e della Salus Populi Romani tra i santi Vitaliano e Giovanni Evangelista del XVIII sec. nella cappella di S. Giorgio il cui culto fu trasferito nel 1834 dall'antica chiesa regia altomedievale di San Giorgio distrutta dal terremoto del 1832; le statue settecentesche di S. Francesco di Paola, caratteristica per avere il volto, le mani e i piedi realizzati in cera, di S. Filomena in legno e con abito in velluto di seta verde di manifattura catanzarese, l’ottocentesca statua in cartapesta di S. Giorgio opera dello scultore catanzarese Vincenzo Pignatari. Appartenente alla memoria storica dei catanzaresei un pregevole busto di S. Giovanni Battista della fine del sec. XVII, affettuosamente denominato un tempo, per le sue ridotte dimensioni e per la particolarità di raffigurare solo per metà il santo, “u muzzuna” cioè il “mozzicone”. Il pavimento della navata del coro, del transetto e delle cappelle laterali, è stato completamente ristrutturato e ridisegnato negli ultimi lavori di restauro, i quali, hanno riportato alla luce, nell’atto di rimuovere il vecchio pavimento in mattonelle di graniglia, una gran quantità di fosse comuni, di tombe nobiliari, di una cisterna scavata nel tufo, di preesistenze murarie ed in particolare, nella cavità di un ambiente ipogeo posto di fronte la cappella della SS. Addolorata, tracce di un affresco raffigurante la Vergine SS. con il Bambino, che, a modesto parere di chi scrive, per la presenza di determinate tracce iconografiche sul resto del dipinto, potrebbe essere un’antica raffigurazione della Madonna di Costantinopoli.  

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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