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San Nicola

Chiesa di S. Nicola di Morano o delle Donne

già di S. Nicola Sicilli

Sec. XIII 

Il più antico documento su questa chiesa medievale ci riporta la vendita, nella Catanzaro del duecento, di una casa di argilla cruda e di un’altra abitazione poste nel quartiere periferico e ristretto parrocchiale di S. Nicola Ustunci o de Rustunci che, alcuni storici, propendono identificare con il nome più antico della chiesa di S. Nicola di Morano. Nel 1602 il Gariano descrivendo l’itinerario delle chiese dentro la città così ne parla: «Voltando per la strada di Casale Nuovo, trovasi la chiesa di S. Nicolao, edificata da un contadino  di questa città, che si chiamava Morano, dal nome del paese natio, onde è detta S. Nicolao di Morano; la cui festa si celebra a dì 6 decembre; giorno in cui si godono le indulgenze plenarie». L’antica parrocchia medievale di S. Nicola di Morano o delle Donne ricadeva amministrativamente nel quartiere “latino” di S. Giovanni dove, intorno al duecento, si stanziarono colonie di commercianti amalfitani e siciliani che fondarono contestualmente le chiese di S. Angelo detta de Malphitanis e di S. Nicola detta Sigilli, come attestato da un documento del 1265. Intorno alla seconda metà del XV secolo la comunità siciliana abbandona il tempio medievale per trasferirsi in quello di S. Angelo che, da allora, prese il titolo di S. Angelo de Siclis, poiché i mercanti amalfitani, scacciati gli Ebrei dalla città, trasformarono la sinagoga, sotto il pontificato di Alessandro VI, in chiesa cristiana dedicandola al primo martire della storia. Nel maggio del 1495 fu creata, infatti, la parrocchia di S. Stefano de Malphitanis affidata alla diretta giurisdizione del vescovo e con questo titolo è attestata in alcuni documenti del 1615. Come si evince pertanto dalla Platea Gori alla fine del secolo XVII i tre ristretti di S. Nicola, di S. Angelo e di S. Stefano sono ben distinti e facenti parte dei ventuno “ristretti” parrocchiali in cui era suddivisa la città anteriormente al terremoto del 1783. E’ certo, comunque, che alla fine del secolo XVII la suddetta chiesa era annoverata tra le parrocchie di S. Giorgio, di S. Angelo de Siclis, dei SS. Basilio e Menna e di S. Maria de Plateis. Il suo ristretto parrocchiale, come si evince dalla Platea del vescovo Gori del 1691, è così descritto dal parroco dell’epoca D. Beringario Fabrica:«il ristretto di detta parrocchia comincia dalla chiesa dei PP. Agostiniani e sale per tutto il casalicchio da parte destra e sinistra sino al piano della croce, e lasciata parte sinistra sino al vico dell’Abbati, dopo seguita la parte destra delle case del r.do tesoriero, che furono di Perillo, e da sinistra le case Cutroneo. e tira dall’una casa e dall’altra la strada di Casalenuovo, e finisce da parte sinistra nelle case di […]e seguita da’ destra sino al palazzo del sig. Malpica assieme ad una isoletta di case che li sta di rimpetto, e come fuora le porte della citta’ a parte destra, et nel luogo ove sta situata la parrocchiale vi sboccano quattro vichi, due dei vichi cominciano dentro la stessa parrocchia inclusiva con le case di Riccinelli, l’altro comincia dalle case di Gariano e case di rimpetto che sono del speziale Lico, e l’altra comincia dalla casa del Giesù». La chiesa era posta al centro del quartiere che faceva parte delle undici “ripartizioni” militari: questi seguiva il quartiere di S. Maria de Figulis con il Baluardo dei Palmenti e guardava la Portella di S. Agostino, fino alla fontana e alla torre (la Torretta) di Cerausto o della Marchesa. Interessante appare la versione del D’Amato, secondo il quale questo sarebbe stato il primo edificio di culto fondato dal mitico capitano greco Favatà, poi traslato nella chiesa omonima del quartiere Grecìa. Scrive, infatti, nella sua opera “Memorie Historiche”: «la prima chiesa da questo capitano fondata fu’ S. Nicolo’ al presente detto delle donne, nel sommo quasi della citta’, esposto a tramontana.  Ma perche’ dopo (come dirassi) vennero in questa parte ad abitar i latini, ritiratosi nel quartiero, che per loro i greci ritennero, un’altra n’eresse, con dedicarla al santo medesimo; e al presente dicesi S. Nicolo’ di Favata’, e vedesi all’incontro della porta maggiore del convento del Carmine……….non rechi maraviglia, se sotto il nome di questo santo s’eressero in quei tempi tante chiese, perche’ la devotione de’ greci versi di questo lor beato vescovo era non ordinaria». Il titolo “delle Donne” invece non è da attribuirsi alla «frequenza delle quali diedeli il nome», come giustifica sempre il D’Amato, bensì al culto riservato al Santo Vescovo di Mira da sempre patrono delle ragazze da marito in quanto fu lui che, venuto a sapere che un vicino di casa caduto in miseria non potendo fare una adeguata dote alle tre figlie progettò di destinarle alla prostituzione, pensò allora di intervenire gettando di nascosto nella casa da una finestra e per tre notti di seguito tre involti d’oro che permisero di costituire la dote per le tre vergini a cui salvò la sorte. La chiesa ebbe pochi danni dal terremoto del 1783 e da quelli successivi, in particolare il sisma del 1832, ma essendo diventata "inde­cente e pericolante" venne restaurata dal muni­cipio nel 1904 con lavori che la rafforzarono nelle murature e che interessarono il rifacimento del tetto e del pavimento, seguiti da altri lavori di “abbellimento”che furono realizzati successivamente nel 1933 e nel 1950. Si devono a questi tre interventi la sovrastruttura neoclassica esterna e interna che, sino alla rimozione avvenuta nei recenti restauri, era caratterizzata da stucchi e da orpelli che occultavano la costruzione più antica. La struttura è orientata a sud-est ed è tra le par­rocchie medievali che maggiormente hanno conservato elementi stilistico-architettonici legati all'epoca di fondazione. Durante, infatti, i recenti restauri per il rifacimento degli intonaci esterni sono emersi un interessante portale laterale svevo con arco a sesto acuto in conci di pietra locale – visibile anche dall’interno - e tracce sulla facciata principale, ora semicoperte, di altri elementi linguistico-formali legati alla stessa epoca. L'interno presenta una pianta caratterizzata da una semplice aula conclusa da una profonda abside, successiva­mente inglobata, durante alcuni lavori di rifaci­mento esterni dei secoli XIX e XX, dai locali della sagrestia. L'abside è illuminata da una piccola monofora in pietra a sesto acuto e pre­senta nell'intradosso tracce di pitture coeve alla fondazione della chiesa. La calotta, al contrario, è abbellita con affreschi che riproducono a trompe d'oeile decorazioni a lacunari e al centro la colomba dello Spirito Santo. L'aula, coperta da una volta a padiglione sulla quale al centro è posta l'immagine di S. Nicola e, in alcuni meda­glioni, i suoi attributi iconografici, conserva oltre ad alcune statue in legno di S. Giuseppe, dell’Addolorata, del Sacro Cuore di Gesù, e di S. Nicola, un grande crocifisso ligneo di fattura seicentesca. Questa statua come riporta Giacomo Frangipane aveva il suo altare collocato sulla parete di sinistra, ma fu eliminato durante gli anni ’50 del ‘900 quando venne abbattuto anche il vecchio altare maggiore su cui era posto un vecchio dipinto di S. Nicola che fu sostituito da una statua.

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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