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San Rocco

Chiesa di S. Maria d'Ognissanti detta di S. Rocchello

sec. XIII – XVI 

La chiesa di S. Maria d’Ognissanti, così come si tramanda, era al centro di un “ristretto” il cui territorio parrocchiale, come afferma il De Nobili, era posto ai confini di quello di S. Maria de Figulis e prima delle parrocchie esistenti, nel quartiere greco, di S. Nicola Favatà e di S. Maria di Cataro. Ciò porta a pensare che la chiesa originaria doveva essere posta nei pressi dove oggi sorge il palazzo comunale e quindi molto lontano rispetto all’attuale rettoria di S. Rocchello. Con tutta probabilità si tratta in ogni modo di un errore in quanto, confrontando la “Platea Gori” del 1691, con i dati del De Nobili, la parrocchia di Tutti i Santi è al centro di un ampio “ristretto parrocchiale” che va’ a toccare i confini delle parrocchie limitrofe: «partendo dalla chiesa dei PP. Predicatori, proseguendo per le case del ristretto di S. Stefano, il vallone della bucceria, il monastero di S. Chiara, la chiesa di S, Rocco Maggiore, la strada delli trombatori, la parrocchia di S. Biasi, e chiudendo, nuovamente con la chiesa dei domenicani». Tutto ciò è di notevole importanza, in quanto la chiesa di Tutti i Santi, fino a prova contraria e come scrivono alcuni storici dell’epoca, fu ricostruita o ristrutturata dopo l’edificazione del convento femminile di monache domenicane intitolato a S. Caterina da Siena con l’annessa chiesa dedicata a S. Rocco, avvenuta nel 1565 ad opera della gentildonna catanzarese Guglielmina De Cumis. Il monastero, oggi sede della caserma “Soveria Mannelli”, fu voluta dal popolo catanzarese all’indomani della pestilenza del 1562 ed in seguito ad una leggenda, che vuole l’apparizione di S. Rocco fuori la Porta di Mare, all’artigiano appestato Pignero Cimino, al quale consegnò un unguento miracoloso che liberò la città ed i suoi abitanti dall’epidemia; in cambio del prodigioso miracolo, il Santo volle che gli fosse costruita una chiesa sul colle di S. Trifone, nello stesso luogo dove in passato, i catanzaresi, si erano proposti di erigere un tempio a lui dedicato ed avevano allestito a tal fine una fornace di calce, il cui crollo però aveva fatto desistere, nel tempo, i cittadini da tale impegno. Il tempio fu subito edificato ed in onore del santo fu commissionata la statua di marmo, che in breve tempo fu oggetto di devozione. Da allora, il colle di S. Trifone, cambiò denominazione ed è oggi più conosciuto come colle di S. Rocco titolo che fu esteso anche alla piazza ed al quartiere urbano che man mano andò formandosi intorno al monastero. A questo quartiere, che sorge sul terzo e più basso colle del monte Triavonà su cui si estende la medievale maglia urbana dell’antico kastron bizantino, appartenevano gli antichi ristretti delle parrocchie di S. Tecla, di S. Pantaleone, di S. Nicola di Pitinto, di S. Barbara, di S. Nicola Favatà, di S. Maria di Cataro e successivamente anche quello di S. Maria e Tutti i Santi. Qualche anno più tardi, affinché le monache non fossero disturbate dai devoti di S. Rocco che sempre affollavano la chiesa conventuale, fu edificata un’altra chiesa all’interno della quale fu trasferita la statua del santo e che da quel momento fu comunemente definita dal popolo chiesa di “S. Rocchello”, denominazione che conserva tuttora e che si estese anche ad alcune vie limitrofe ed al largo prospiciente il piccolo tempio sacro. La data di costruzione non è certa ma si presume che già nel 1593 essa doveva essere stata edificata, come si evince dalla già citata “Platea Gori”; ma nel 1601, così come riportato nella Visita pastorale di Mons. Horazi, la sede parrocchiale, a quella data, è momentaneamente spostata nella chiesa del convento di S. Rocco, dove fu compiuta la visita, poiché la chiesa di Tutti i Santi era chiusa in quanto la stessa minacciava di cadere: «ex quo ipsa ecclesia minabatur ruinam». L’edificio sacro, come la chiesa di S. Maria del Carmine nell’omonimo e storico quartiere, ha visto stravolti completamente negli anni ’50 e ’60 del ‘900, i prospetti esterni; tali interventi hanno cancellato ogni traccia delle originali forme compositive esterne oggi in parte recuperate nel portale d’ingresso, nella sovrastante “cona” in cui era riprodotto un affresco di “S. Rocco e il cane”, di cui oggi resta solo il volto, e nella “cona” di “S. Lucia” recuperato nel prospetto laterale, riproducente la tela settecentesca conservata all’interno. L'interno, a navata unica, si presenta inter­vallata da tre cappelle per lato e da quattro paraste, due delle quali angolari, sormontate da altrettanti capitelli di ordine corinzio, realizzati finemente in stucco, in una variante rococò. Ognuna di queste paraste regge un'aggettante trabeazione, che percorre perimetralmente tutta la navata e continua anche nella parte presbite­rale. Gli archi di ognuna di queste cappelle, sono in chiave decorati e abbelliti da stucchi tardo barocchi realizzati intorno l’ultimo decennio del 1700, e potrebbero essere attribuiti a Pietro Joele di Fiumefreddo (regio ingegnere e professore di stucco), poiché simili nella fattura e nel disegno a quelli realizzati dallo stesso per le chiese di S. Caterina e S. Domenico a Nicastro, e per la chiesa di S. Maria del Soccorso a Badolato. Il soffitto è a botte lunettata e la superficie è abbellita da stucchi, da decorazioni a trompe d'oeile e da affreschi, realizzati nel 1967 dal pit­tore cassanese G. Faita. Il piccolo coro ospita l'altare maggiore in marmi policromi (1898), sormontato dall'antico e ricco fastigio settecentesco la cui struttura architravata presenta una nicchia centrale, racchiusa fra due lesene composite con al centro un timpano spezzato su cui si impostano due vasi con trionfi di fiori in stucco ed un ovale all’interno del quale è dipinto il “Sacro Cuore di Gesù”, nella quale è posta la statua del santo titolare. La statua rinascimentale fu per tradizione da sempre attribuita al Sansovino, poiché le cronache del tempo la volevano di provenienza veneziana, ma gli studi del Ceci attribuiscono la paternità dell’opera a Giandomenico D’Auria, artista attivissimo nella Napoli della seconda metà del ‘500 e seguace di Giovanni da Nola. Il Ceci, infatti, afferma in una nota che nel 1564 una statua di S. Rocco dello scultore napoletano Giandomenico D’Auria, fu venduta al nobile catanzarese Ferrante Dello Scoglio per il prezzo di ducati 600. La statua poggia su un alto scannello su cui è scolpito un S. Sebastiano che, con il santo pellegrino, è compatrono della città. Le due cappelle laterali al coro sono dedicate rispettivamente, a destra, a S. Lucia - con altare e fastigio settecenteschi sulla sommità del quale, in un oculo centrale, è posta un piccolo dipinto raffigurante la “Madonna del Rosario e S. Domenico” copia della più celebre pala d’altare del pittore fiammingo Dirck Hendricks, detto Teodoro D’Errigo, custodita nell’omonima cappella della chiesa conventuale di S. Domenico - il cui culto fu introdotto nell’800 dal parroco dell’epoca Coppolletti, a sinistra al Cuore Immacolato di Maria; quest’ultimo presenta un altare con fastigio tardo rinascimentale in legno di maestranze roglianesi al centro del quale è collocata l’omonima tela seicentesca. Il culto fu introdotto – come si evince da una relazione del parroco D. Domenico Vero del 1958 – sin dal 1630 ad opera della Sacra Congregazione del Sacro Cuore di Maria aggregata all’omonima operante nella città di Napoli. Ma il Frangipane riporta che tale congregazione fu creata nell’800 sempre dal parroco Coppoletti e che il quadro fu posto nell’altare maggiore sotto l’effigie di S. Rocco. Si sa solo con certezza che l’altare ligneo doveva ospitare in origine la tela di Tutti i Santi così come ci riporta il suddetto storico che a tal proposito scrive: «Poiché nel trasferimento della statua di S. Rocco, fu a questo santo dedicato l’altare maggiore, si provvide a costruire a sinistra di detto altare, un altro altare con quadro intitolato a Tutti i Santi». Si ricordano tra le altre opere d'arte: la tela di Maria SS. Addolorata e della Madonna del Carmine dei secc. XVII-XVIII; il "Volto Santo di N. S. Gesù Cristo" realizzato nel 1936 dal pittore catanzarese Guido Parentela. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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