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Sant'Angelo

 
Chiesa di S. Angelo de Siclis
Già di S. Angelo Malfitanorum
Sec. XIII 

L’antica chiesetta di S. Angelo è tra le più antiche testimonianze architettoniche legate al commercio dei manufatti tessili serici per i quali Catanzaro ha alle spalle una lunga tradizione artigianale. Catanzaro nasce e cresce grazie all'arte della seta: i suoi quartieri si forma­no intorno a comunità di com­mercianti, tessitori, tintori, che in breve tempo proiettano la città demaniale verso il suo territorio ed oltre. Un universo, cioè, dove il "segno " e la "forma" , la "manualità" e la "fanta­sia" diventano il valore por­tante della "coesistenza delle differenze" , strategia di una società, quella catanzarese, che dall' XI al XVII secolo ve­de nel vivere collettivo di culture diverse, l'affermazione di una visione democratica del vivere civile, priva di ogni fondamentalismo religioso e di ogni ideologia politica. E' fuor di dubbio che il periodo di maggiore ricchez­za culturale e di fermento per la città fu proprio questo, che è possibile definire "della cultura trilingue" , in cui Greci (rappresentati dai pro­fughi delle zone rivierasche che formarono il primo nu­cleo abitativo denominato "Grecìa"), Ebrei (chiamati a Catanzaro nel 1073) e Latini (rappresentati da due colonie di commercianti amalfitani e siciliani) contribuirono da una parte all’incremento dell’arte tessile, dall’altro – i greci erano abili tessitori, gli ebrei rinomati tintori, gli amalfitani e i siciliani indiscussa classe di commercianti – crearono i presupposti per un tessuto sociale continua­mente rinnovato nei secoli da migrazioni di "mercadanti", scambi economici, comunità di artisti e di artigiani (ebani­sti, fabbri, vasai...). Nella piazza odierna di Sant’Angelo, tra la via Marincola Politi e la storica via Case Arse, in quello che era definito in antico il rione Paradiso, sorge que­sto duecentesco tempietto, tra i più antichi ristretti parrocchiali di Catanzaro, che viene menzionato per la prima volta in un documen­to in greco – "tabulae nuptiales" – del 1267, pubbli­cato dal Trinchera, con il titolo di "S. Angeli Malfitanorum". La chiesa conservò il suddetto titolo, come compare in alcuni documenti della Cancelleria Vaticana, fino alla metà del sec. XVI (aprile del 1540), periodo in cui furono cacciati gli ebrei dalla città. Da quella data in poi gli amalfitani fecero capo invece alla chiesa di S. Stefano Protomartire, già sinagoga della comunità giudaica, trasformata in edificio sacro cristiano che d’allora aggiunse al titolo originario, la denominazione de Amalphitanis. Fu per questo che la Parrocchia di S. Angelo, a partire dal sec. XVII, compare con il nuovo titolo di “S. Michele Arcangelo de Siclis” in quanto divenuta edificio religioso di una colonia di mercanti di origini siciliane. Alla fine del Seicento i due ambiti parrocchiali risultano ben definiti attorno alle chiese di S. Stefano De Amalphitanis e di S. Angelo de Siclis. E’ logico dedurre che dopo la scacciata degli ebrei, per motivi sicuramente economici e indizio sicuro della prosperità commerciale della Catanzaro cinquecentesca, vi è stato uno spostamento del gruppo campano, dalla zona nord occidentale della città (rione Paradiso), verso la zona centralissima della Giudecca, e della colonia siciliana, aggregata inizialmente attorno alla parrocchia di S. Nicolao Sicilli, attuale S. Nicola di Morano, verso quella di S. Angelo. La chiesa con il suo ristretto parrocchiale era posta ai limiti del quartiere di S. Giovanni, chiusa a est dalle parrocchie di S. Giorgio, di S. Nicola di Morano e di S. Maria de Plateis, e apparteneva alle undici “ripartizioni” militari: era al centro, infatti, del quartiere “Paradiso” che guardava il tratto di mura dal castello fino alla porta urbica detta di Pratica o di S. Leonardo. Ciò è confermato dalla descrizione, nella Platea Gori, dell’”Abbate” D. Saverio Amorea, parroco della chiesa nel 1691, che nella relazione del 16 ottobre scrive: «Il distretto di detta mia Parocchia incomincia dalla porta della Città chiamata Pratica, e proprio dal portone delle case della signora maia Magnarapis a man sinistra, e se ne va salendo fino alla casa del D. Antonio Vigliarolo allargandosi poi fino al palazzo delli eredi del quondam Francesco Morano, e dall’altra parte a an destra appartiene alla parocchia di S. Pancrazio. Poi si sale tanto a man destra quanto a sinistra fino al piano di S. giovanni, includendo in detto distretto le case del sig. Antonino Bruno, le case del Sacramento le case del sig. Gio. Battista la Gollita, e sig.ra Monna la Rosa, come anche tutte le case perse includendo anche la Chiesa dell’Ospedale di S. Giovanni = detta Parocchia non solo è circondata dalle timpe di Pratica e Castello, ma ancora si stende fuora la porta di S. Giovanni includendo anche il Borgo detto la fontana, che fu del quondam Carlo Mirigello». In quegli anni la festa principale era riservata al titolare S. Michele Arcangelo ma il D’amato nel 1670 ci fornisce una notizia importante: scrive nelle sue “Memorie Historiche” che uscendo dai confini di S. Pancrazio «si và à S. Angelo de Siclis, nella quale un’Imagine di Nostra Signora per infiniti miracoli, ch’ella fa, e gratie, che comparte a’ suoi devoti, vien con molta riverenza honorata». Non sappiamo se l’immagine a cui si riferisce il D’Amato sia in realtà la statua lignea della Vergine Immacolata in esso ancora custodita; di certo la statua è una pregevole scultura, vestita con abiti serici, che ricalca i modelli seicenteschi calabresi in cui la figura della Tota Pulchra con il viso verso l’alto e lo sguardo rapito nell’estasi, è rappresentata astante e frontale sul crescente lunare poggiato sul globo terrestre, mentre pesta con il piede destro il capo sporgente e bloccato del serpente che nelle bocca trattiene la mela di biblica memoria. La chiesetta, dopo il sisma del 1783, venne sop­pressa dal marchese di Fuscaldo con il Piano Regolatore del 3 gennaio 1799 e aggregata, per la cura spirituale, alla chiesa parrocchiale di S. Giorgio. Danneggiata dai vari terremoti rimase chiusa per molto tempo fino a che la famiglia Marincola non provvide nell'Ottocento a restaurarla, a proprie spese, ripristinandola al culto. È stata di recente restaurata e non presenta particolari accenti linguistico - formali, fatta esclusione per la classica pianta ad aula unica e le tracce di un ingresso laterale, quali elementi tipici delle chiese parrocchiali catanzaresi risalenti allo stesso periodo. L’interno, caratterizzato da una copertura con capriate a vista (prima del crollo del tetto, ricostruito negli anni ’80, era caratterizzato da una controsoffittatura in canne e gesso con al centro un dipinto ad olio, oggi andatto distrutto), custodisce la settecentesca pala d'altare raffigurante San Michele Arcangelo desunta da modelli reniani e probabile opera di Domenico Antonio Colelli.  

Oreste Sergi

 

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