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Santa Maria della Stella

Chiesa e Convento di Santa Maria della Stella
già dell’Ordine delle Clarisse Francescane Cappuccine 1583 - 1588 

Luise Gariano nella sua “Cronica di Catanzaro” (1607) scrive che il quarto monastero femminile costruito in città fu «quello di S. Maria della Stella, fondato l’anno 1585, il giorno 4 novembre, sotto il pontificato di Sisto V anno primo, e nel terzo del vescovado di monsignore Nicolao degli Horazij, regnante Filippo» dato questo in parte confermato da P. Giovanni Fiore nel 1743 che riporta, nella sua “Calabria Illustrata”, la fondazione al 4 ottobre 1585. A conferma di tutto ciò Vincenzo D’Amato, storico catanzarese del secolo XVII, specifica nelle sue “Memorie Historiche” (1670) che nel 1588 canonizzato in Roma S. Diego d’Alcalà «si dié fine al Monastero di S. Maria della Stella della Regola del Medesimo Serafico Santo, principiato quattro anni prima». La chiesa e il monastero sono siti nell’antico “ristretto” della  medievale parrocchia di S. Nicola Coracitano - appartenente al quartiere del Vescovato - posto a cavallo tra i ristretti delle parrocchie di S. Biagio e di S. Maria de Meridie; all’indomani della costruzione del complesso monastico claustrale tutto il ristretto, che ancora adesso comprende la zona del Piano Grande dove, tutt’oggi esistente e confinante con i palazzi Bianchi e Cricelli, venne edificata sulle mura della città la chiesa di S. Nicola Coracitano, prese il nome di quartiere Stella. Da una relazione del parroco Alberto Mancini del 1955 si evince che la chiesa nel XVII secolo fu oggetto, «per interessamento delle Suore del 3° Ordine di S. Francesco d’Assisi», di lavori di restauro e abbellimento: ingrandirono il convento, prolungarono la chiesa, ingrossarono i muri perimetrali, allargarono i finestroni e costruirono sei arcate sotto le quali innalzarono altrettanti altari con fastigi lignei intagliati con «colonne soprastanti e dorature finissime». Tutto ciò è avvalorato dal ritrovamento, durante i lavori di restauro del 1999,  di alcune tracce di affresco sul muro perimetrale posto a tergo della tela dell’altare di S. Michele Arcangelo, consistenti in un cornicione a ovuli e dentelli su cui si imposta una cornice modanata al di sopra della quale è posta parte di una decorazione a svolazzi acantiformi e nastri. Dopo il terremoto del 1783 con il Piano del marchese di Fuscaldo, alla chiesa di S. Nicola Coracitano fu aggregata quella di S. Nicola Malacinadi e, per effetto del decreto murattiano dell’11 marzo 1813 il titolo fu definitivamente trasferito nella chiesa del soppresso convento delle claustrali le quali, costrette dopo il terremoto ad officiare all’interno di una “baracca” sita nel chiostro dello stesso monastero, lo avevano già abbandonato all’indomani del 1790 e nuovamente per effetto del decreto di soppressione del 29 novembre 1810. La chiesa della Stella dopo la vendita dei beni da parte della Cassa Sacra fu ceduta alla vetusta parrocchia di S. Nicola Coracitano – dalla quale proviene con molta probabilità il piccolo quadro del santo titolare opera ottocentesca di Giuseppe Paladino – mentre il piccolo tempio medievale, restaurato dal Municipio, fu riattato a Ospizio dei Trovatelli, donde gli derivò il nome popolare de “La Ruota”. Quando il 30 maggio 1822 fu istituito nel convento il Conservatorio delle Verginelle su iniziativa del can. Antonio Masciari, la chiesa, divenuta ormai parrocchia e cappella dell’Orfanotrofio, subì alcuni cambiamenti: alle “educande” fu concesso di assistere alla S. Messa dal coro prospiciente l’altare in quello che era stato il claristorio delle monache, successivamente ampliato dopo il 1922 da D. Tommaso Pugliatti che realizzò una più comoda cantoria sostenuta da colonne decorate a finto marmo con capitelli compositi; mentre come attualmente si vede, a sinistra dell’ingresso principale fu collocato il fonte battesimale e fu creato il vestibolo in legno. La chiesa, presenta una pianta tipica delle chiese conventuali del tardo cinquecento, a navata unica con cappelle laterali e ampio coro; la facciata, simile per impostazione a quella della chiesa conventuale di S. Francesco di Paola, è inquadrata da due lesene con capitelli corinzi in stucco e chiusa da un aggettante timpano su cui si impostano ai lati due piccoli campanili. L’ingresso è caratterizzato da due paraste di stile corinzio su cui si imposta una trabeazione, con alto fregio liscio e cornice modanata, che sostiene il timpano spezzato. L’interno presenta un’ampia navata – dominata dal barocco altare maggiore in legno dorato e argentato a mecca, unico esemplare presente in città, alle spalle del quale si erge il tardo settecentesco fastigio in stucco con la tela dell’Assunta – intervallata da tre cappelle per lato e da paraste, sormontate da capitelli tardobarocchi di ordine composito, realizzati in stucco. Sull’aggettante trabeazione, che percorre perimetralmente tutta la navata e il presbiterio, s’imposta una controsoffittatura a botte lunettata, la cui superficie, scandita da piatte costolonature scanalate, è abbellita da tracce di vecchi affreschi con decorazioni fitomorfe e da dipinti, realizzati negli anni ’50 – ‘60 dal pittore catanzarese, allievo di Garibaldi Gariani, Guido Parentela. Le sei cappelle laterali oltre a presentare gli archi decorati in chiave da teste di angeli in stucco conservano gli originali fastigi, chiara opera di maestranze calabresi del tardo rinascimento, realizzati e scolpiti completamente in legno, e successivamente dorati, secondo il gusto dell’epoca e la tradizione delle chiese cappuccine. All’interno di ogni fastigio sono custodite sei tele che così vengono descritte da Cesare Malpica, nella sua opera, “Dal Sebeto al Faro, scoperta della Calabria” (1845-46): «Oh! t’ho finalmente trovato o Mattia Preti! Posso finalmente salutarti o Cavalier Calabrese. Tu avesti la cuna a poca distanza da Catanzaro, è ben ragione che io vegga le orme di quel tuo valore, coronato di tanta rinomanza. Nella Chiesa che fu delle Clarisse, in S. Maria della Stella, è tua opera la Vergine del Rosario, la deposizione dalla Croce, la copia del famoso dipinto delle Stimmate, e l’altra del più famoso Arcangelo del Reni. Darei molti originali per queste copie. Sembra anche tua quella sacra famiglia, con quei due vecchi divini, con quelle divine donne. Le son sembianze che dalla tela ti favellano. L’Assunta sul grande altare è bellissima nella sua estasi. Anche un cieco vedrebbe che una scintilla Raffaellesca anima quel dipinto. Non vedi i fiori che sboccian dalla tomba! E’ pensiero tolto dall’Urbinate. E quella Concezione del Giordano! Luca facea presto, ma vince mille e mille che van lenti». All’interno sono custodite inoltre una statua napoletana di S. Giuseppe del XVIII secolo, un organo in legno decorato da serti di rose e realizzato a Napoli nel 1774 da Nicola Mancini e la statua sette – ottocentesca della Santa Badessa Benedettina Burgundofara più comunemente conosciuta come Santa Fara, la santa della Divina Provvidenza, il cui culto arriva in tutta Italia attraverso la famiglia francescana. La festa della Santa era legata un tempo al raccolto, tant’è che la statua veniva portata in processione sino a Bellavista da dove il sacerdote benediva le messi; tutto ciò è legato alla sua vita, ai suoi miracoli e anche ai simboli iconografici: il pastorale nella mano sinistra, segno esteriore della dignità abbaziale, le spighe, sempre nella sinistra, e il libro aperto nella mano destra con la frase latina tratta dal salmo che fu tanto caro alla Santa di Faremoutiers (Salmo 125) “Qui seminant in lacrymis in exultatione metent”. 

Testo Arch. Oreste Sergi

 

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